Il Financial Times provoca: legalizziamo il doping

| 11/02/2006 | 00:00
I 100 metri maledetti di Ben Johnson a Seul? ''Continuo a ricordarli come i 10 secondi piu' eccitanti della mia testimonianza di sport, e io non sono canadese''. Attacca cosi' David Owen, editorialista del Financial Times, in un lungo articolo intitolato 'Corridori Drogati' e pubblicato a tutta prima pagina del supplemento Weekend del quotidiano inglese. Amara ma realistica la conclusione: ''Oggi il miglior atleta e' quello con il miglior chimico ed il migliore avvocato''. ''Lo sport - scrive Owen - deve smetterla di guardare e giudicare le droghe che migliorano la prestazione come il bambino che teme l'uomo nero: un mostro dal quale occorre una protezione indistinta''. A giustificare l'antiproibizionismo, la constatazione che l'attuale sistema dei controlli di fatto 'pesca' solo i distratti e gli sfortunati. Owen si chiede quindi se non sia in arrivo il momento di consentire l'uso controllato di medicinali per migliorare le performance. Soprattutto tenendo in conto due fattori: la sicurezza dei medicinali attualmente usati per i loro effetti dopanti e la possibilita' concreta che, per sfuggire ai controlli, si sviluppi il doping genetico. Il giornalista cita il professor Julian Savulescu, titolare della cattedra di etica pratica dell' Universita' di Oxford: ''La farmacologia si e' sviluppata al punto che possiamo creare medicinali sicuri, somministrarli in dosi sicure e monitorarne gli effetti in modi che non potevamo nemmeno immaginare in passato''. E ancora: ''Preferirei che mio figlio prendesse l'ormone della crescita piuttosto che giocare a rugby. Il Gh e' piu' sicuro del rugby. Quanto meno, non ho mai sentito che abbia mai provocato una quadriplegia...''. In compenso Owen rivela che la Wada gia' spende 3 milioni di dollari all'anno per la ricerca sul doping genetico e che il processo ad un trainer tedesco di atletica ha fatto scoprire ''prove che indicano come esso possa essere gia' una realta' nello sport''. L'editorialista del Financial Times sposa la tesi che il doping sarebbe funzionale allo spettacolo sportivo (''in fin dei conti anche l'allenamento altera la prestazione''). E riporta ancora le parole di Savulescu, per sottolineare un aspetto: ''I rischi nell'uso di steroidi anabolizzanti, sebbene reale, in alcuni casi puo' essere stato sopravvalutato e in ogni caso devono essere inseriti nel contesto di metodi aggressivi di allenamento e dei rischi che gli atleti corrono allenandosi ogni giorno della loro vita''. In piu' Owen rileva come tra un campione ed un buon atleta la differenza sia spesso piu' nella testa che nel fisico. Ed in questa ottica cita di nuovo Savulescu: ''Non vedo alcuna ragione per la quale gli atleti non dovrebbero prendere medicinali che migliorano la prestazione psicologica altrimenti di uso normale nella vita quotidiana. Quello cui stiamo andando incontro e' una radicale modernizzazione dell'essere umano''. Citando invece un lavoro accademico anglo-australiano intitolato 'Perche' dovremmo permettere il doping nello sport' pubblicato sul sito www.bjsportmed.com, Owen nota che i beta-bloccanti (proibiti nelle discipline sportive in cui la concentrazione e' fondamentale) sono normalmente usati nel mondo della musica classica. ''Sebbene l'elite della musica classica sia competitiva come lo sport di alto livello, nessuno stigmatizza l'uso di questo tipo di medicinali''. Comunque l'argomento principale resta l'evidenza che ci saranno sempre piu' sostanze di cui sara' impossibile la scoperta tramite i controlli antidoping cosi' come sono concepiti oggi. E' per questo che chiude il fondo con le parole dell'avvocato greco del velocista ellenico Kenteris, Gregory Ioannidis, dette in una lezione all'universita' di Buckingham: ''Al giorno d'oggi l'atleta che vince e' l'atleta che ha il miglior chimico ed il miglior avvocato''.
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