BARTALI. Adriana incontra l'ebreo salvato dal suo Gino

| 04/06/2011 | 16:48
I miti e gli eroi non si dimenticano mai. E se poi sono un'unica persona è  un evento talmente unico che non può  non continuare e far parlare nel
tempo. Come Gino Bartali: il mito del ciclismo, il pio che ha salvato 800
ebrei. Ed uno di loro è tornato indietro.

Dopo quasi 70 anni il giorno della festa della Repubblica Italiana (quando
si dice il destino) ha visto Giorgio Goldemberg  incontrare per la prima
volta Adriana ed Andrea Bartali, lui che 12enne ebreo fu salvato da Gino
Bartali nascondendolo per un paio d'anni nella sua cantina durante il
periodo della persecuzione nazifascista, istriano finito a Fiesole e poi
sotto la protezione del campione. «Sono vivo grazie a suo marito - ha detto
stringendo la mano di Adriana -. Trovarmi qui è  una forte emozione. Ero
piccolo ma ricordo quel periodo, prima  in appartamento e poi in cantina
insieme ai miei genitori e a mia sorella. Fu Bartali a proporci di
nasconderci là. Di lui oggi ho solo una foto con dedica ed autografo.
Appena tornerò in Israele andrò di persona a sincerarmi che il processo
per riconoscerlo tra i Giusti del Yad Vashem stia procedendo bene».

Ed è proprio per dare questo riconoscimento a Bartali che si è andati a
caccia di persone che potessero ancora raccontare la loro testimonianza
diretta, requisito indispensabile per poter scrivere Bartali tra i Giusti.

E' stato un incontro unico  quello tra i Bartali,  Goldenberg (Shlomo
Pas in ebraico), la moglie Mina e Nardo Bonomi, colui che nel dicembre
scorso ha permesso venisse alla luce questa bella storia assieme alla
comunità  ebraica fiorentina.  «Sono incontri che lasciano senza parole
-  ha detto Andrea Bartali -  papà  non ci disse mai nulla ed è  una
emozione forte oggi poter stringere la mano a una persona che sappiamo
essere qui grazie a lui».

«Il bene si fa ma non si dice», era il motto di Gino ma ora, a distanza di anni, finalmente qualcuno ha deciso di parlare e svelare quando bene ha fatto quel campione, all'insaputa di tutti, famiglia compresa.

«Quando la Guerra è finita nessun ebreo ha più voluto parlare di quel
periodo di persecuzione - ha spiegato Goldenberg -  ricordare era come
rivivere ogni dolore e quasi tutti hanno scelto il silenzio, il
dimenticare. Non si è parlato nemmeno con i figli e soltanto con la
generazione successiva si è cominciato a ripercorrere quegli anni. I
nipoti volevano sapere, chiedevano e ad un certo punto non si poteva più
stare zitti. Io in Israele sono stato chiamato anche a parlare in
qualche scuola e ho raccontato di come mi aveva salvato Bartali.
Credetemi, non esiste luogo dove non si sappia chi è».

Emozionata Adriana ha ascoltato le parole di Goldenberg  ammettendo che
neppure lei sapeva della sua vita in cantina. Poche ma significative, le parole di Adriana, che, con lo sguardo addolcito ricordando il marito, a 92 anni ancora scopre «quanto bene ha fatto il mio Gino».

foto e servizio di Laura Guerra
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