Brian Nygaard e la nuova filosofia del Team Leopard

| 27/02/2011 | 10:31
Il ciclismo gli ha cambiato la vita, ora lui tenta di portare qualcosa di nuovo nel ciclismo. Brian Ny­gaard è il fulcro attorno al quale ruota infatti il progetto del Team Leo­pard - Trek, la nuova formazione lussemburghese che ha catalizzato le at­tenzioni di tutti in questo lungo inverno ciclistico e che guarda davvero lontano.
Nygaard, ricostruiamo la vicenda: quan­do è nato il progetto Leopard?
«Nello scorso mese di aprile, quando sono stato contattato da un gruppo di imprenditori lussemburghesi, fidati da Flavio Becca, che mi hanno proposto il progetto. Ho analizzato le cose, ho capito che c’era la possibilità di realizzare qualcosa di importante e mi sono messo al lavoro. Sono stati mesi intensi, credetemi: siamo partiti da zero, forti delle nostre idee e della no­stra esperienza, ma soprattutto ab­bia­mo lavorato con una passione tale che ci ha permesso di superare l’ostacolo posto dal tempo, veramente poco, che avevamo a disposizione».
Quali criteri avete seguito per costruire la squadra?
«Innanzitutto, abbiamo cercato corridori di personalità, che dimostrassero di saper lavorare bene insieme e che ac­­cettasero con umiltà di far parte del nostro progetto. Ecco, umiltà per noi è una parola importante, una specie di pro­gramma comune».
Umiltà per la squadra numero uno del mondo?
«Quello è un dato oggettivo che emerge dalle classifiche, ma a me piace dimostrare le cose, far vedere il nostro valore, guadagnarci i titoli sul campo. E credo che ques’anno ci siano molte formazioni che puntano ad ottenere questo titolo e difficilmente noi potremo essere tra queste. Abbiamo costruito una squadra forte, questo è indubbio, ma non possiamo pensare di essere già al top appena partiti. A fine stagione ci siederemo tutti attorno ad un tavolo e tireremo le somme, cercando di capire dove possiamo migliorare. Il nostro, badate, è un progetto a lungo termine: oggi abbiamo la certezza di un budget che copre i primi quattro anni di attività, ma la nostra ambizione è quella di lavorare insieme ancora più a lungo, puntando a far crescere i giovani e a dare continuità al nostro lavoro».
Per costruire la vostra squadra avete guardato anche all’Italia, a cominciare da Luca Guercilena.
«Lo dico a chiare lettere: Luca è l’uo­mo chiave del nostro progetto. Lui ha grande personalità, ha esperienza, ha lavorato con grandi campioni come Bettini, Boonen e tanti altri. Sa come si gestiscono gli atleti di alto livello e per noi è un elemento straimportante, il fulcro dell’intero progetto».
Qual è stato il primo impatto fra Guercilena e i suoi metodi ed i vo­stri campioni più acclamati, come i fratelli Schleck e Cancel­lara?
«Come me lo immaginavo, mol­to molto buono. Con mia grande soddisfazione, Luca ha subito conquistato i nostri corridori con i suoi metodi, la sua personalità, la sua voglia di fare grandi cose».
In ammiraglia ci sarà anche Adriano Baffi.
«Altro uomo di esperienza, tanto come corridore che come direttore sportivo. La sua concretezza ci sarà si­cu­­ra­mente utile».
Tre i corridori italiani del team. Ci spiega perché li ave­te scelti? Co­min­ciano da Ben­nati.
«Daniele per me è un campione. È un corridore importante che può vincere grandi corse. Ed è anche un uomo intelligente che credo possa tornare a pedalare ad altissimo livello e abbia le carte in regola per darci molto».
Davide Viganò.
«Un corridore che ho avuto modo di conoscere bene lo scorso anno al Team Sky e che ritengo un ottimo uomo squadra, indispensabile per tirare le volate ai nostri velocisti. Credo che finora Davide sia sempre stato un po’ sottovalutato, ma vi assicuro che è un uomo fondamentale all’interno di una squadra perché ha la mentalità del corridore e poi ha un carattere solare, è sempre contento e sa far gruppo, il che non guasta mai».
Giacomo Nizzolo.
«A mio parere, è un talento. Ma come  tutti i nostri giovani a lui non chiediamo nulla nell’immediato se non di crescere e imparare a lavorare, mo­strando le proprie doti giorno dopo giorno, senza pressione. Nei giovani, come ho già detto, crediamo molto e quindi vogliamo seguirli con attenzione particolare».
E con i vostri capitani, com’è andato l’inverno?
«Vi dico una cosa: a metà gennaio, prima della mia partenza per l’Australia, abbiamo sostenuto dei test che hanno sancito la bontà del lavoro svolto, al punto che ci siamo trovati addirittura più avanti di quanto pensassimo. I nostri ragazzi hanno dimostrato sin da subito di essere grandi professionisti e penso possano darci delle belle doddisfazioni sin dai primi appuntamenti importanti della stagione, che per noi sono le grandi classiche».
A proposito di appuntamenti importanti, punterete tutto sul Tour.
«Inutile negarlo, andremo in Francia per vincere. Andy, Frank e Fabian sono una sicurezza, con loro ci sarà Fu­glsang che cresce di giorno in giorno: sicuro, puntiamo al top. Anche perché Andy ha mostrato di avere ancora ampi margini di miglioramento e già in questi pochi mesi di lavoro insieme ho po­tuto constatare come sia più maturo, più consapevole rispetto al passato. E accanto a lui avrà tecnici e compagni di prim’ordine per puntare al suo grande obiettivo, la vittoria nella Grande Bou­cle».
Quindi il Giro d’Italia per voi sarà in secondo piano...
«Siamo al primo anno di lavoro tutti insieme, dobbiamo per forza operare delle scelte. Ma al Giro verremo comunque con una squadra importante, imperniata probabilmente su Ben­na­ti, Viganò e Brice Feillu. Sapete quanto io ami l’Italia e far bene nel Paese che mi ha adottato è uno dei miei obiettivi».
Per anni lei ha vissuto in Italia: come mai?
«Sono innamorato da sempre dell’Ita­lia e grazie al ciclismo ho vissuto in To­scana anni meravigliosi. Ora per ra­gioni di lavoro risiedo in Lussem­burgo, ma la Toscana resta nel mio cuore».
Facciamo un passo indietro: ci racconti del suo incontro con il ciclismo e con l’Italia.
«Al ciclismo ci sono arrivato per caso. Nel 2000 mi sono laureato in filosofia all’Università di Aarhus ed ero in attesa di partire per un dottorato all’estero: durante l’estate mi chiesero se fossi interessato a curare un po’ le pr per il team CSC. Ho accettato subito, pensando di fermarmi per una sola estate. Poi a fine anno mi hanno proposto di entrare a far parte del team in pianta stabile, ho fatto le mie riflessioni e ho chiesto di poter lavorare in Italia: quando mi hanno detto di sì, ho accettato. Con Riis ho lavorato per otto anni cercando di imparare da tutti coloro che ho incontrato, corridori, giornalisti, tecnici, sponsor. Lo scorso anno, poi, sono passato al team Sky dove ho trovato un ambiente veramente nuovo, ambizioso, dotato di una mentalità innovativa e vincente: Dave Brail­sford è un uomo speciale, un trascinatore che ha idee e carisma. Posso dire che ho appreso quasi più in un anno con la Sky che nel resto della mia carriera. E ora il mio im­pegno sarà quello di trasmettere quel che so ai membri del Team Leopard».

da tuttoBICI di Febbraio a firma di Paolo Broggi
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