Vania Rossi: io dell'antidoping non mi fido più

| 30/07/2010 | 08:55
La positività accertata il 29 gennaio scorso, e riguardante la prova Tricolore di Segrate (Milano) del 10 gennaio (seconda alle spalle di Eva Lechner, ndr). Poi le controanalisi del 2 aprile, che erano un vero e proprio colpo di scena: nelle urine contenute nel campione B non c’è più traccia di Cera. Ieri, la richiesta da parte della Procura Antidoping del Coni di archiviazione del caso Vania Rossi, la 26 enne compagna di Riccardo Riccò, la madre che si sarebbe dovuta dopare, con un bimbo di pochi mesi ancora da allattare.
«Mi hanno fatto passare per una madre scellerata, per una donna senza scrupoli - ci racconta Vania, subito dopo aver ricevuto la notizia della richiesta di archiviazione -. Io e la mia famiglia abbiamo passato mesi terribili. So solo io cosa ho dovuto ingoiare per non impazzire. Mi sono aggrappata ad Alberto, al mio piccolo amore, per non lasciarmi andare. Riccardo (Riccò, squalificato per 20 mesi, dopo la positività al Tour 2008, ndr) era fuori dalla grazia di Dio. Non mi credeva assolutamente. Temeva che io avessi fatto ricorso a pratiche illecite, mentre io stavo ancora allattando il nostro bimbo».
Un rapporto che ha rischiato di finire...
«In pratica, per un certo periodo, è finito. Poi le cose hanno cominciato a prendere una piega giusta e tra noi è tornato il sereno: ora viviamo assieme a Serramazzoni. Ma io mi chiedo: chi mi ripagherà per quello che ho passato?».
La giustizia ha però prevalso...
«Sì, ma a che prezzo? Mi dicevano: è vero, nelle controanalisi non ci sono più i livelli minimi richiesti di Cera previsti dalla Wada, si è come deteriorato con il tempo, ma qualcosa c’è. La verità però è che il Cera si trova con un controllo indiretto. Si trovano grazie a delle proteine riconducibili al Cera, e questo metodo, a mio avviso, non è affidabile».
 Cosa si sente di dire?
«Grazie alla mia famiglia, a Riccardo che alla fine ha capito e all’Esercito per il quale lavoro (è caporalmaggiore) da tre anni, e che fin da subito mi ha rimesso in servizio e non mi ha mai fatta sentire una pecora nera e adesso vorrebbe che io tornassi a correre».
Tornerà a correre?
«Sono spaventata. Ho paura. Vado in bicicletta sono per passione e divertimento. Ma rimettermi il numero sulla schiena proprio non me la sento: io non mi fido più dell’antidoping».

da Il Giornale del 30 luglio
a firma di Pier Augusto Stagi

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COMMENTI
COME DARLE TORTO?
30 luglio 2010 13:32 stargate
Uno sfogo a caldo, senza dubbio, ma come darle torto? L'antidoping è senza dubbio necessario, ma mi chiedo quanto sia affidabile o quanto, invece, possa contribuire a creare delle ingiustizie. Spero che Vania Rossi ci ripensi e torni a correre: è una atleta di valore, ne abbiamo bisogno.

Vania Rossi
30 luglio 2010 13:45 warrior
Non ti fidi? e fai bene!

dubbi
30 luglio 2010 16:27 scatto
lei fa bene a non credere all'antidoping come faccio bene io a non credere a come e' andata a finire questa vicenda ormai non ci si capisce piu' niente.
la vera innocenza o la vera colpevolezza non regna piu' ognuno sbandiera la sua opinione e alla fine rimane tutto nell'incertezza.

Per chi vuole approfondire......
30 luglio 2010 17:22 Bartoli64
Per chi desiderasse approfondire l'argomento e sentire un parere illustre in merito, quello del Prof. Botrè, che solleva perplessità non sul metodo di ricerca della sostanza quanto sui limiti (garantisti) che la WADA ha previsto per dichirare la positività, nonchè su come la sostanza "degradi" se non "contro-analizzata" entro un lasso di tempo ragionevole.

Tutto il resto....... sono chiacchere da bar!

http://www.sportpro.it/doping/editoriali/INDEX.HTM

COME L'AVVOLTOIO
30 luglio 2010 21:50 bric
Scatto appare su questo blog solo quando c'è da fare GIUTIZIA SOMMARIA OVVERO IL GIUSTIZIALISTA ( SEMPRE IN RIFERIMENTO A RICCO' o AI RICCO').Monotono e noioso.

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