Oggi in gara Toon Aerts non sarà sulla sua bici per difendere il titolo di Campione Europeo. Il belga dopo un importante infortunio in Danmarca è stato costretto a fermarsi e, la prova Continentale dovrà guardarla in televisione. Per Aerts l’ultima stagione è stata una vera e propria battaglia di sentimenti, dal trionfo al dolore.
Il fiammingo, 33 anni, in una intervista esclusiva per la televisione belga ha raccontato un anno di emozioni opposte: la vittoria a Middelkerke, la perdita del figlio atteso con la compagna Tamara, la scoperta del Giro d’Italia e la caduta in Danimarca, seguita da un’infezione. Ora lo aspetta una lunga riabilitazione.
Toon Aerts non potrà difendere il titolo europeo di ciclocross. Il campione in carica del team Charles Liégeois/Lotto-Intermarché è ancora alle prese con un lungo e difficile recupero dopo la caduta al Giro di Danimarca, che gli ha provocato la frattura della rotula e una grave infezione al ginocchio. Aerts ha ripercorso un anno vissuto sulle montagne russe: dalla gioia del trionfo continentale a un lutto privato, fino alla paura di non poter più tornare in bicicletta.
A Middelkerke, un anno fa, Aerts non era il favorito. «Quel ruolo spettava a Thibau Nys. Sapevo però di essere in ottima forma e al via ero tranquillo». Una caduta lo aveva costretto a inseguire; nel finale, dopo aver ripreso i primi, aveva accelerato prima dell’ultima curva. «Non pensavo alla vittoria: volevo solo salire sul podio. Poi ho capito che Thibau non sarebbe riuscito a superarmi. È stato un sollievo, un’euforia pura».
La tensione accumulata negli anni si sciolse tutta insieme. Nella tenda dietro il podio, racconta, rischiò di andare in iperventilazione; Joran Wyseure dovette aiutarlo a calmarsi. «Dopo quello che avevo passato, non avrei mai immaginato di diventare campione europeo per la seconda volta. Quelle ore, dalla cerimonia ai festeggiamenti a casa, sono state forse le più belle della mia carriera».
Ma la gioia durò poco. La compagna Tamara era incinta, una notizia che conoscevano in pochi. Il venerdì dopo la gara si sentì male e, dopo una visita al pronto soccorso, la coppia scoprì che avrebbe perso il bambino. «A Middelkerke avevo avuto la sensazione di aver vinto insieme al nostro bambino. Poi il nostro mondo è crollato. Sono passato dall’euforia totale a un dolore profondo: per un momento del ciclismo non mi è importato più nulla».
Aerts gareggiò a Merksplas il giorno seguente, ma ammette di non esserci stato con la testa. La squadra gli lasciò il tempo per affrontare il lutto. «Durante il ritiro, per la prima volta in carriera avrei voluto restare a casa. Allenarmi per quattro ore e poi passare il resto della giornata a letto, mentre Tamara cercava di riprendersi, è stato incredibilmente difficile. Per la prima volta la mia vita privata e la carriera sportiva sono entrate in rotta di collisione».
La stagione di ciclocross non ritrovò più il corridore visto agli Europei. Dopo l’ultima gara a Lille, Aerts cominciò a guardare alla strada con ambizione. Si preparò con cura per le classiche e per il Giro d’Italia: tre settimane a Girona, allenamenti seguiti alla lettera, cibo pesato e tenda ipobarica. «Non volevo sbagliare nulla. Volevo diventare uno di loro, un corridore del WorldTour»
La strada gli ha riservato sorprese. A Roubaix e al Giro delle Fiandre ha scoperto corse che da bambino non aveva mai sognato, ma che ha finito per apprezzare. E al Giro d’Italia, dopo tre settimane impegnative, sentivo di essere cresciuto. «Sono il tipo di corridore che migliora trascorrendo molte ore in sella».
Nella dodicesima tappa, con arrivo a Novi Ligure, ha sfiorato la vittoria: secondo dietro ad Alec Segaert. Il direttore sportivo Maxime Bouet aveva intuito che il percorso potesse fare al caso suo. «Solo nel mezzo dello sprint mi sono reso conto che Alec era davanti. Sul momento ero felice del secondo posto; la sera, a letto, ho pensato che vincere avrebbe potuto cambiare la percezione della mia carriera. Per molti, ero un crossista che provava a cimentarsi anche su strada. Eppure al Giro ho passato le tre settimane più belle che abbia mai trascorso in sella».
Poi, l’incidente in Danimarca. Aerts stava aiutando la squadra a preparare la volata dell’ultima tappa quando è rimasto coinvolto in una caduta. Riuscì a rialzarsi e a raggiungere il traguardo, ma gli accertamenti non lasciarono dubbi sulla gravita, con una frattura dello scafoide e, in seguito, della rotula. Operato al ginocchio, sperava di tornare in tempo per l’inizio della stagione di ciclocross. Tre settimane dopo, però, sono arrivate la febbre, un’infiammazione molto forte e un dolore diventato insopportabile.
Il ginocchio è stato operato e lavato più volte con drenaggi specifici; Aerts ha trascorso due settimane in ospedale, sottoposto anche a controlli cardiologici perché i batteri avrebbero potuto raggiungere il cuore. «Per un momento ho temuto persino l’amputazione. Il ginocchio era pieno di sporcizia». Il sostegno del personale ospedaliero e della squadra, racconta, è stato decisivo anche sul piano psicologico.
Ora la priorità è recuperare. Niente difesa del titolo europeo, niente ritorno immediato alle gare: soltanto un percorso lungo e difficile. Aerts, che sul pavé aveva imparato a soffrire e continuare ad andare avanti, dovrà affrontare la prova più difficile lontano dalle corse.

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