Per quanto mi riguarda, un Giro d'Italia con Mortirolo (due volte), Gavia e Zoncolan non ha bisogno di tanti commenti. Si commenta da solo. Sono le grandi montagne, le montagne del mito e della leggenda che altri Paesi non hanno, così cattive e così maestose. Finalmente, dopo aver obbedito per anni alla semplice logica commerciale, il Giro se ne impossessa di nuovo e le sfrutta a dovere, come andrebbero sfruttate sempre, usandole come marchi di fabbrica, come pregi del made in Italy, esclusivi e invidiati.
Per cui. Aggiungerei soltanto una poderosa pacca sulla spalla di Stefano Allocchio, nuovo architetto della corsa (sotto l'occhio ancora in fase di studio del neocapo Guercilena), che ci lascia subito l'impronta personale, in controtendenza rispetto a quella di Mauro Vegni, sul quale il fascino, la fama, la leggenda di certi brand non facevano grande presa, altri i suoi criteri, più squisitamente tecnici ed economici, ma con l'inevitabile effetto di appiattire e confondere un po' tutto, sperperando di fatto un patrimonio di storia e di prestigio, di originalità e di fascino, a vantaggio di Giri più impersonali.
Per dirla in altre parole: dovendo disegnare il Giro, io ogni volta metterei come punti fissi e non negoziabili Mortirolo, Gavia, Zoncolan, magari Colle delle Finestre, poi tutto il resto a seguire, con mille possibilità di variazione e anche di compensazione a livello di difficoltà. Ma resta inteso che il Giro quello dev'essere, deve bastare la parola, come quando diciamo Tourmalet, Mont Ventoux, Alpe d'Huez, senza neppure bisogno di aggiungere il nome della corsa.
Detto questo, messo Allocchio sul piedistallo, qualcosa bisogna dire sulla scelta dei 50 chilometri a cronometro, 19,6 con la salita da Sulmona verso Campo di Giove e 37,6 nel piattume da Monza a Milano: che possa essere un bonus invito – direbbero i pescatori: un pasturare - per Evenepoel è innegabile, così come però è innegabile che magari non servirà a niente. Siamo in piena epoca prima il Tour e poi tutto il resto, certo non cambierà nel 2027, per cui prima di dire che questo Giro è disegnato per Remco aspetterei a vederlo in corsa.
Resta inteso che con le nuove tendenze (vedi Tour) 57 chilometri a cronometro non sono uno scandalo, per quanto mi riguarda supera di un 10-15 chilometri il mio dosaggio preferito, quindi siamo lì, nel quantitativo giusto, senza essere invasivo e sbilanciato a favore degli specialisti che poi in salita si difendono e basta.
Di bello, questo Giro, è che comunque anche al cronoman non regalerà niente nella terza settimana, quando si tratterà di barcamenarsi dove osano le aquile, con la concreta possibilità di infliggere (e recuperare) distacchi iper. I nuovi sapientoni dicono da un po' che non sono le grandi salite ormai a decidere le corse, ma piuttosto le tappe nervose e imprevedibili. Sarà. Ma a parte il fatto che il Giro ne prevede pure di quel genere, resta inteso che il consumo e l'usura di certi chilometraggi e di certe altezze comunque lasciano segni pesanti, senza contare l'elemento per me decisivo dello spettacolo impareggiabile sulle salite del mito. Per acchiappare di nuovo un certo pubblico semidigiuno non puoi dire guarda che bella tappetta nervosa, piena di zampellotti, tutta un mangiebevi, devi solo dire oggi c'è il Mortirolo: capace che anche il distratto e l'estraneo, anche solo per sentito dire, butti di nuovo l'occhio al Giro.
Il resto è come sempre storia, geopolitica, cultura popolare. Tre autodromi, una Cima per Coppi e una per Bartali, stavolta soprattutto l'omaggio a Michele Scarponi. Unica macchia, imperdonabile: il punto più a Sud è Napoli. Cioè non è previsto Sud. Ma questa ha tutta l'aria d'essere una colpa, più che di Allocchio, del ragioniere in amministrazione.
