GUERCILENA, IL GIRO E UNA SFIDA CHE RIGUARDA TUTTO IL CICLISMO ITALIANO

APPROFONDIMENTI | 09/09/2026 | 08:10
di Giovanni Di Trapani

Ci sono interviste che raccontano una nomina e altre che, se lette con attenzione, cominciano già a delineare un metodo. Le parole pronunciate da Luca Guercilena nelle conversazioni pubblicate in questi giorni da La Gazzetta dello Sport e dal Corriere della Sera appartengono, a mio avviso, alla seconda categoria.


Perché dietro l’inevitabile curiosità suscitata dal nuovo direttore del Giro d’Italia e dell’area ciclismo di RCS Sport emerge una visione che prova a spostare il dibattito dal terreno delle singole edizioni a quello, molto più complesso, della posizione che la corsa rosa dovrà occupare nel ciclismo mondiale dei prossimi anni.


La frase forse più importante è anche una delle più semplici: «Non dobbiamo andare a caccia di big, dobbiamo proporre una corsa che li attiri». Dentro queste poche parole c’è un cambio di prospettiva sostanziale. Il problema non è convincere ogni anno Pogacar, Vingegaard o il campione del momento a scegliere il Giro. Il problema è costruire un Giro nel quale scegliere di esserci diventi conveniente, prestigioso e tecnicamente coerente con la programmazione di un grande corridore e della sua squadra. È una distinzione che può sembrare sottile, ma cambia completamente il modo di affrontare il problema dell’attrattività.

Su questo tema, nei mesi scorsi, avevo avuto modo di confrontarmi con Guercilena attraverso alcuni lavori di analisi dedicati proprio alla capacità della corsa rosa di entrare stabilmente nelle decisioni strategiche dei team. Il ragionamento nasceva dai dati, dalla qualità delle startlist, dal calendario, dal valore sportivo e commerciale delle corse, dai costi di partecipazione e dai tempi di recupero. Ritrovare oggi alcuni di quei temi ricondotti dentro la concretezza dell’esperienza di chi ha diretto per anni una delle più importanti squadre WorldTour rappresenta, per chi fa ricerca applicata al ciclismo, un motivo di autentica soddisfazione. Non perché le idee debbano avere un proprietario, ma perché una ricerca ha davvero senso quando esce dalle tabelle e riesce, magari anche soltanto in parte, ad alimentare una decisione.

Guercilena parla poi di una «sudditanza psicologica» nei confronti del Tour che deve essere superata. Anche questo è un passaggio decisivo. Il Tour resterà inevitabilmente il principale riferimento commerciale e mediatico del ciclismo mondiale, ma riconoscerne la forza non significa accettare che tutto il resto del calendario debba vivere per sottrazione. Il Giro non ha bisogno di diventare una copia italiana della corsa francese. Ha bisogno, semmai, di rendere ancora più riconoscibile ciò che già possiede: una varietà tecnica straordinaria, territori differenti, montagne che non somigliano a nessun’altra corsa, una cultura ciclistica sedimentata in oltre un secolo di storia e quella imprevedibilità che, quando è governata e non casuale, rappresenta uno dei suoi maggiori valori.

Interessante, in questo senso, è anche il riferimento alla necessità di rendere «stabile, verso l’alto, la lista partenti del Giro». È probabilmente qui che si gioca la partita più importante. Una grande corsa non può dipendere ogni anno dalla presenza di uno o due nomi. La qualità complessiva di una startlist, la densità dei corridori di vertice, la presenza contemporanea di uomini da classifica, velocisti, cronoman, cacciatori di tappe e giovani emergenti costruiscono quella profondità competitiva che consente a una corsa di vivere anche quando manca la superstar assoluta.

Pogacar e Vingegaard sono fondamentali, ha spiegato Guercilena, ma il Giro deve essere capace di produrre spettacolo anche indipendentemente da loro. È esattamente questo il salto da compiere: passare dal valore del singolo campione al valore strutturale della corsa.

Poi c’è il calendario. Guercilena ha parlato della possibilità di spostare leggermente in avanti il Giro, di includere stabilmente il 2 giugno, di offrire maggiore recupero agli uomini che escono dalla campagna del Nord e, possibilmente, di trovare condizioni meteorologiche più favorevoli. È un tema molto più importante di quanto possa apparire. Per una squadra WorldTour il calendario non è una semplice successione di gare: è un sistema di allocazione delle risorse. Ogni scelta determina periodi di altura, recupero, picchi di forma, trasferimenti, uomini disponibili e obiettivi degli sponsor.

Se il Giro vuole diventare una prima scelta deve entrare prima nei programmi delle squadre, offrendo maggiore certezza e maggiore anticipo. Anche per questo la volontà dichiarata di presentare prima i percorsi non rappresenta soltanto un miglioramento organizzativo: è una vera leva competitiva.

Altrettanto significativa è l’idea di costruire tracciati equilibrati. «Scalatori, sprinter e cronoman devono avere il loro spazio», ha detto Guercilena, tornando anche sul valore delle prove contro il tempo e sulla necessità di evitare soluzioni estreme. È una concezione moderna della difficoltà. Il Giro deve restare duro, perché perderebbe una parte della propria identità se smettesse di esserlo, ma duro non significa necessariamente eccessivo. Una corsa completa non è quella che accumula semplicemente metri di dislivello; è quella che obbliga il vincitore a dimostrare capacità differenti e, nello stesso tempo, lascia aperte più forme di competizione.

E poi sicurezza, circuiti, servizi al pubblico, sponsor, televisione, internazionalizzazione. Guercilena riassume tutto con una frase che merita attenzione: «È tutto collegato». Probabilmente è proprio questa la chiave. Nel ciclismo contemporaneo non esiste più una separazione netta tra valore tecnico, qualità organizzativa, esposizione mediatica e sostenibilità economica. Un percorso influenza i corridori che verranno, i corridori influenzano l’audience, l’audience influenza gli sponsor, gli sponsor sostengono la capacità organizzativa e la qualità organizzativa torna a incidere sulle scelte dei team. È un sistema, non una somma di compartimenti separati.

Per questo la sfida di Guercilena non riguarda soltanto il Giro d’Italia. Riguarda il ruolo che l’intero ciclismo italiano vuole tornare ad avere. RCS dispone di Milano-Sanremo, Strade Bianche, Tirreno-Adriatico, Giro d’Italia, Lombardia, Giro Women e Giro Next Gen: un patrimonio che pochi organizzatori al mondo possono vantare. La Federazione, le società sportive, gli organizzatori, i territori e le istituzioni custodiscono a loro volta una tradizione che non può essere considerata semplicemente un’eredità da celebrare.

Il ciclismo italiano ha conosciuto stagioni nelle quali era contemporaneamente centro sportivo, industriale e culturale di questo mondo. Non si tornerà a quei fasti evocandoli con nostalgia. Si potrà tornarci soltanto costruendo un modello capace di interpretare il ciclismo che verrà. Ed è forse questo l’aspetto che più conforta leggendo le prime parole del nuovo direttore del Giro: l’impressione che la corsa rosa non venga considerata un monumento da custodire, ma un organismo da far evolvere.

Per chi negli ultimi anni ha provato a studiarne numeri, fragilità e potenzialità, riconoscere nel dibattito di oggi alcuni temi affrontati insieme è motivo di orgoglio. Ma sarebbe un errore fermarsi alla soddisfazione personale. La vera soddisfazione arriverà soltanto quando quei ragionamenti diventeranno risultati: più campioni al via, più squadre che programmano il Giro come primo obiettivo, più pubblico internazionale, più valore per sponsor e territori e, soprattutto, un ciclismo italiano nuovamente capace di dettare l’agenda invece di inseguirla.

Perché riportare il Giro al livello mondiale che merita significa, in fondo, tentare qualcosa di ancora più ambizioso: riportare il ciclismo italiano nella posizione che la sua storia gli assegna e che il futuro gli chiede di riconquistare.


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