L'ORA DEL PASTO. DEL CANCIA, FORTE, ELEGANTE E... DOMANI AL CENTRO DI UN INCONTRO SPECIALE A BUTI

STORIA | 09/09/2026 | 08:19
di Marci Pastonesi

Aveva il dono della modestia, che appartiene solo ai più grandi. Da vincitore di una Milano-Sanremo, quella del 1937, e di tre tappe del Giro d’Italia, fra 1937 e 1938, nonché da detentore della maglia rosa per otto tappe, avrebbe potuto darsi un tono. Invece sminuiva, ridimensionava, semplificava.


Aveva il senso dell’umorismo, probabilmente un’eredità anche della sua Toscana, lui pisano di Buti. Al termine di una delle due interviste che gli feci, mi disse, lo sguardo serio, ma l’anima leggera, “Adesso basta, che le invado la testa”, aggiunse, con una sottile complicità, “E non mi scriva tutto quello che le ho raccontato, ché le tasse le pago già”, infine concluse, sospirando, “Peggio la vecchiaia della miseria: io le ho tutte e due”.


Cesare Del Cancia verrà ricordato, con affetto e gratitudine, anche con stima e nostalgia, domani alle 18.30 nel Castel Tonini di Buti: una mostra (aperta sabato e domenica dalle 16 alle 19 fino al 30 settembre, per informazioni tel. 349/5662007) e un incontro cui parteciperanno, fra gli altri, Arianna Buti (sindaca di Buti), Fernanda Del Cancia (nipote di Cesare) e Massimo Pratali (autore della biografia del corridore “Cesare Del Cancia – lo spavento degli assi” (CLD Libri, 256 pagine, 28 euro), e che sarà moderato da Carlo Alberto Tamberi (giornalista). Ingresso libero.

I colleghi lo chiamavano anche – la tradizione era soprattutto orale – Del Gancia. Un anno meno di Bartali e quattro più di Coppi, Cesare era stato un bel corridore. Allora era più la natura e l’istinto, oggi si direbbe il dna o il talento, che non l’accademia o la squadra. Si cominciava a pedalare per curiosità (“Con la bici data da un paesano”), si cominciava a correre per ispirazione (“La prima gara fu un tipo pista non lontano da casa, caddi e mi incrinai una costola, ma in famiglia non dissi nulla”), si continuava a correre per vocazione (“La seconda corsa fu a Montecalvoli, andò meglio, secondo”) ma anche per guadagnarsi il pane e magari costruirsi una casa, finché giorno dopo giorno si imparava anche a soffrire (“Da giovane non si fatica, poi sì. C’era un corridore delle nostre parti, Francesco Doccini, che aveva partecipato al Giro d’Italia nel 1939 e nel 1940, e che spiegava: “Io, se devo mandare un accidenti a qualcuno, gli dico: che tu possa partecipare a un Giro d’Italia”). Acqua, fango. Sole, solleone. Sete, fame. Crisi, cadute, cotte. Pioggia, neve. Sterrati, macadam, buche. Tappe di 350 chilometri. “Si partiva con il buio – diceva Del Cancia - e con il buio si arrivava”. Roba da chiodi. “C’erano anche quelli - giurava Del Cancia – e a volte sparsi da qualche ignorante”.

Del Cancia non era stato solo un bel corridore, ma anche un bell’uomo. Lo si intuiva nelle foto color seppia, lo si vedeva in quelle in bianco e nero, lo si apprezzava ancora così a occhio. L’età ne aveva ridotto la statura, ma non intaccato il fascino e una certa eleganza, che non si misurava sulle etichette degli abiti, ma che c’era o non c’era, a prescindere. Possedeva anche il dono della narrazione: quando apriva il cuore e raccontava della famiglia, delle corse, dei corridori, incantava, elegante anche nell’eloquio. Quella Milano-Sanremo vinta per distacco davanti a Pierino Favalli e Marco Cimatti: “Al rifornimento di Savona, fra i banconi e gli addetti alla distribuzione dei bustoni, riconobbi mio fratello Cecco. Mi allungò un sacchetto e m’implorò: ‘Prendi questo, non toccare nient’altro’. C’era lo zabaglione preparato dalla mia mamma con le sue mani: sei-otto uova sbattute con tanto zucchero nel Marsala. Ed era il Marsala di una damigianina speciale, che veniva dalla Sicilia”. L’effetto fu immediato. “Presi lo zabaglione e mi sentii un leone. Settanta chilometri di fuga e vittoria solitaria”.

Non era solo lo zabaglione a dare a Cesare Del Cancia una marcia in più. Era la vita da atleta, “da corridore all’avanguardia”, “il mangiare fatto in casa”, “dormire presto e svegliarsi all’alba”, “la ginnastica con la corda, la caccia sul Monte Serra, gli allenamenti e un giorno a metà settimana in cui si faceva la distanza”, “e la bici, i coni rettificati da me stesso, la pedalata scorrevolissima, andava quasi da sola”. Quasi. Il resto ce lo metteva lui. La Seconda guerra mondiale gli amputò la carriera. “Non andavo più in nulla. Colpa del lavoro: stando in piedi, i muscoli mi si erano induriti, e quando ero tornato in bici, non si scioglievano più”. Tornò nome e cognome, storia e leggenda, eroe e mito di un paese.


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