Marocco, Alto Atlante, M’Goun. La cima oltre i 4mila, la strada sale lenta e costante fra panettoni minerali e vulcanici e, salendo, la vita – popolazione e vegetazione, perfino l’ossigeno – sembra estinguersi. Ci vogliono giorni di cammino per arrivare in alto e riempirsi di nulla. Lassù la solitudine diventa una compagnia immancabile, inseparabile, invadente.
Trekking. A piedi. Una guida che conosca i sentieri, raramente segnati. E, volendo, muli e mulattieri per caricarsi di zaini, trasportare tende, allestire campi. Attrezzature tecniche, abbigliamenti essenziali, esigenze ridotte all’indispensabile. Spogliarsi, privarsi, eliminare non costa fatica. Quello che pesa, quello che rallenta, quello che ingombra, quello che impedisce è il superfluo.
Finché i fondi delle valli sono attraversati da fiumi, torrenti, ruscelli, rigagnoli, rimane una striscia di arbusti e piante, che i contadini coltivano senza sprecare centimetri. Fichi, meli, noci, mandorli, granturco, pomodori. Ma dove non giunge l’acqua di queste fonti, allora regnano soltanto rupi, massi, sassi. Pietre rotolanti fra muschi e licheni, ciuffi di piante grasse e chicchi di escrementi animali. Pecore, capre. Muli, asini. Un dromedario. Rare capanne e ricoveri.
Così, lo scorso agosto, tra cattedrali di pietre calcaree e strati basaltici, cespugli resistenti e cardi feroci, su uno sterrato sconnesso e pietroso, nell’apparente nulla di un paradiso infernale da sembrare purgatorio o limbo, ecco, all’improvviso, un bambino in bicicletta. Il bambino dimostra una decina di anni, la bicicletta tre o quattro volte di più. Il bambino indossa abiti consunti, stinti. La bicicletta, una mountain bike, pare sopravvissuta a una guerra o a un terremoto. Ma il bambino e la bicicletta, insieme, lassù, brillano di vita. Luminosi. Bellissimi.
La distanza nel tempo e nello spazio e la differenza dell’età e della lingua vengono cancellate dai sorrisi. Il bambino capisce che le nostre parole sono di stupore e complimenti, e allora mostra i freni, inesistenti, rivela l’espediente, la ciabattina ad arte direttamente sul copertone posteriore. Lo ammiriamo mentre si lancia, in discesa, un tutt’uno con quello scheletro metallico, squassato da sassi e salti. La felicità, se esiste, sta in quella prova di destrezza, sta in quella carrareccia nel deserto, sta in quel vento di libertà, sta in quella libertà di vento.
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