Ci sono giorni in cui il ciclismo smette di essere soltanto sport. Diventa un rifugio, un modo per provare a mettere ordine nel dolore, per trovare qualche ora di normalità quando tutto intorno sembra essere crollato. Per Joshua Tarling, la cronometro di Monaco, prima tappa della Vuelta a España, è stata soprattutto questo.
Il ventiduenne gallese si è presentato al via della corsa spagnola pochi giorni dopo la tragedia che ha sconvolto la sua famiglia e l'intero mondo del ciclismo: la morte del fratello minore Finlay, appena 19 anni, promettente ciclista, investito durante il Giro del Portogallo. Una notizia terribile, arrivata proprio mentre Joshua avrebbe dovuto prepararsi a uno dei grandi appuntamenti della sua stagione.
Non perché il dolore fosse passato o per dimenticare, Joshua Tarling ha pensato che tornare sulla bicicletta fosse il solo modo per rialzarsi dopo il dramma.
E così, sulle strade di Monaco, ha trasformato una settimana impossibile in una prestazione straordinaria: terzo posto nella cronometro di 9,4 chilometri, appena quattro secondi dietro Tadej Pogacar, vincitore della tappa, e alle spalle anche di Ethan Hayter. Un risultato che gli ha consegnato la maglia bianca di miglior giovane e che assume un valore completamente diverso se si guarda a ciò che è accaduto nei giorni precedenti.
«Cosa significa questo per me? Non molto», ha detto Tarling dopo il traguardo, quasi a voler ridimensionare il risultato davanti a qualcosa di infinitamente più grande. «Sono comunque contento della mia prestazione, e soprattutto del fatto che posso concentrarmi su altre cose nella mia vita. Sono felice e, soprattutto, molto grato alla mia squadra per avermi permesso di venire qui a gareggiare. Ho dato tutto in bici. Ovviamente le gambe non erano al meglio, ma è andata comunque abbastanza bene».
Finlay aveva soltanto 19 anni. Era un giovane corridore, con lo stesso amore per la bicicletta che aveva accompagnato Joshua fin dall'infanzia. La sua vita si è spezzata durante l'ottava tappa del Giro del Portogallo, quando è stato investito da un veicolo entrato sul percorso. Una tragedia che ha lasciato senza parole la famiglia Tarling e che ha scosso profondamente anche tutto il ciclismo.
Come se non bastasse, Joshua ha dovuto fare i conti anche con la recente scomparsa del nonno. Una settimana segnata da due lutti, due ferite difficili persino da raccontare.
In un momento del genere, la partecipazione alla Vuelta sembrava tutt'altro che scontata. Eppure Tarling ha voluto esserci. La decisione, secondo quanto spiegato dal team manager Geraint Thomas, è arrivata soprattutto dal corridore stesso, che fin dall'inizio aveva manifestato la volontà di tornare a correre.
La squadra non ha fatto altro che accompagnarlo nella sua scelta, mettendogli a disposizione tutto il sostegno possibile. Perché a volte anche la normalità può diventare una forma di aiuto.
Geraint Thomas, ex corridore e oggi direttore sportivo, conosce bene il valore che può avere il ritorno alla routine dopo un momento traumatico. «È stato fantastico riaverlo qui. Voleva davvero tornare a correre e al suo lavoro quotidiano, ritrovare un po' di stabilità nel percorso e con la squadra, e far sì che tutto procedesse il più normalmente possibile», ha spiegato Thomas.
Non era necessario chiedergli di essere un eroe. Non era necessario aspettarsi da lui una grande prestazione. Bastava permettergli di essere ancora Joshua, il corridore che sale sulla bicicletta e pedala.
«Non potete immaginare cosa abbia passato quel ragazzo la scorsa settimana. Riuscire a fare una prestazione del genere dopo una settimana come quella è incredibile. Dimostra la sua classe, come atleta e come persona. Cercheremo di mantenere tutto il più normale possibile e di supportarlo al meglio delle nostre possibilità».
Tarling ha affrontato i 9,4 chilometri della cronometro inaugurale con una concentrazione impressionante. Non era possibile sapere quanto avrebbe potuto incidere sul rendimento la settimana appena trascorsa. Ma quando il cronometro si è fermato, il suo nome era lì, davanti a quasi tutti e con la maglia bianca sulle spalle.
Un risultato che, in condizioni normali, sarebbe stato celebrato come una delle grandi prestazioni della giornata. In questo caso, invece, assume un significato più intimo.
Tarling non ha cercato spiegazioni tecniche, non ha parlato di watt, di aerodinamica o di strategie. Ha semplicemente detto di aver dato tutto. «Ho dato tutto in bici», ripete.
La corsa spagnola è appena cominciata e nessuno può sapere cosa accadrà nei prossimi giorni. Tarling dovrà affrontare montagne, trasferimenti, fatica e tre settimane di gara. Avrà momenti difficili, inevitabilmente. Avrà anche momenti nei quali il pensiero tornerà a casa.
Ma ora è qui, con la maglia bianca sulle spalle, con una squadra che ha scelto di proteggerlo e con una bicicletta che, almeno per qualche ora, gli ha permesso di concentrarsi su qualcosa di diverso dal dolore e di tornare a guardare avanti.
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