ZILIOLI E IL GIRO DELLA CAMPANIA: UNA CLASSICA VIVE FINCHE' QUALCUNO HA VOGLIA DI RACCONTARLA

APPROFONDIMENTI | 08/08/2026 | 08:15
di Giovanni Di Trapani

Non ero stato io a cercare Italo Zilioli. È forse questo il particolare che rende questa storia diversa dalle altre. Qualche tempo fa avevo scritto di Fabio Casartelli, della sua morte al Tour e di ciò che resta di un corridore quando la cronaca smette di misurarne il tempo e comincia a custodirne la memoria. Quel testo era arrivato anche a Zilioli. E un giorno il telefono ha squillato. Dall’altra parte c’era lui. Confesso che mi ha emozionato, sorpreso e, in qualche modo, reso orgoglioso. Chi scrive di ciclismo è abituato a cercare i corridori, a chiedere loro un ricordo, una frase, qualche minuto del proprio tempo. Questa volta era accaduto il contrario. Era stato un campione a cercare chi aveva scritto.


Forse per questo, quando abbiamo cominciato a parlare del Giro della Campania, l’intervista è durata pochissimo. Non perché fosse breve la conversazione, tutt’altro. Semplicemente sono saltate le domande. Zilioli ha iniziato a ricordare. E io, a un certo punto, ho smesso di intervistarlo e ho cominciato ad ascoltare. «Era una grande classica», dice. E per loro aveva un valore in più perché prima c’erano passati Coppi e Bartali, nomi che non erano ancora statue ma uomini vivi nella memoria del gruppo. Il Campania era fatica, tanta. Partenze e arrivi a Napoli, strade verso Caserta o la penisola sorrentina, paesi attraversati su pavé talvolta sconnessi, chilometri che andavano abbondantemente oltre i duecento.


Nel 1968 furono 264,5. Zilioli vinse davanti a Franco Bitossi e Ugo Colombo, tutti Filotex. Ma lui non racconta il podio. Racconta Agerola. Colombo era rimasto solo davanti, la corsa si era spezzata. Zilioli attaccò dal gruppo, Bitossi gli andò dietro e sullo scollinamento raggiunsero il compagno. Poi insieme verso Napoli. E mentre parla, il ciclismo di allora riappare intero. Due panini in corsa, ricorda. E mangiarli in bicicletta era già un esercizio. Poche borracce. Biciclette d’acciaio, rapporti duri, prima cinque pignoni, poi sei. «Noi andavamo di forza», dice. Oggi, molti di più i rapporti, altre cadenze, altre posizioni sulla bicicletta. È passato un mondo. Eppure, nelle sue parole non c’è solo nostalgia.

Quando ricorda la Costiera amalfitana sorride. Dice che non sempre correva con gli occhi inchiodati alla ruota davanti: qualche volta si guardava intorno. Si concedeva il lusso di vedere il mare, i paesi, la bellezza che scorreva accanto alla fatica. Forse anche questo era ciclismo. E poi, arriva Bitossi. Ventidue giorni prima, alla Milano-Torino, lo aveva battuto al velodromo con una delle sue invenzioni da pistard. A Napoli, racconta Zilioli, Franco forse pensava ancora a quel giorno. Non gli regalò nulla, ci tiene a precisarlo. Ma nelle sue parole resta la sensazione affettuosa che non avesse voluto sottrargli ancora una volta gli onori della corsa. E viene da pensare a quanto rispetto potesse abitare, allora, perfino dentro la rivalità. Zilioli ricorda anche Zandegù e ride ancora raccontando di quel tifoso che insisteva per porgergli un giornale da infilare sotto la maglia prima di una discesa. «Ma almeno è di oggi?», gli rispose. E poi Ciro Di Meo, di Bacoli, che agli arrivi napoletani gli portava acqua fresca. In un ciclismo avaro di borracce era quasi un dono prezioso. Zilioli gli prometteva una visita, Ciro rispondeva: «Vuless’Iddio».

Sono questi dettagli a dire cosa fosse davvero una corsa. Non soltanto un ordine d’arrivo, ma una geografia di uomini, gesti, parole. Quando gli chiedo come possa tornare grande il Giro della Campania, Zilioli non parla di categorie UCI o di calendari. Dice che ci vuole coraggio. E poi parla della parola, dei racconti, dei nuovi mezzi di comunicazione. Una corsa, sostiene, va raccontata, fatta conoscere, amata di nuovo. È curioso. La nostra conversazione era nata proprio così: da un articolo che aveva raggiunto lui e da una telefonata che aveva raggiunto me. Forse Zilioli ha già spiegato, senza volerlo, cosa serve al Giro della Campania che tornerà il 20 settembre. Non basta rimettere una corsa sulla strada. Bisogna restituirle una voce. Perché una classica non vive soltanto nei chilometri, negli albi d’oro o nei nomi dei vincitori. Vive finché qualcuno ha ancora voglia di raccontarla e qualcun altro, ascoltando, riesce a rivedere un uomo che sale verso Agerola, il mare della Costiera al suo fianco e, all’arrivo, un amico che lo aspetta con un po’ d’acqua fresca. “Vuless’Iddio”.

Giovanni Di Trapani è primo ricercatore al CNR attualmente in distacco presso la Presidenza del Consiglio: coordina la struttura di supporto del Commissario Bagnoli Coroglio.


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COMMENTI
molto carino
8 agosto 2026 10:48 AIbertone
articolo molto bello, paradossalmente molto più di quelli che parlano di statistica e indicatori pesudoscintifici o pseudomatematici applicati al ciclismo

Caro Marco
8 agosto 2026 12:25 Miguelon
Grazie sempre perché ci ricordi, con ogni tua parola detta e non detta, il fatto umano. Che "vincere deve sempre".

Agerola
8 agosto 2026 12:52 fido113
Avevo i compari a Maddaloni e tutti gli anni andavamo sull'Agerola, ero ragazzo ma quell'entusiasmo mi è rimasto dentro.

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