La questione riguarda ormai tutto il ciclismo mondiale. Negli ultimi anni le temperature estreme non rappresentano più un'eccezione ma una costante. I corridori sono sempre più preparati dal punto di vista fisiologico, ma il corpo umano ha comunque dei limiti oltre i quali anche le migliori strategie di raffreddamento possono fare ben poco.
Il Tour de France, che ogni anno espone gli atleti a oltre ottanta ore complessive di gara, sarà inevitabilmente chiamato a riflettere su nuove misure di tutela. Non basteranno più ghiaccio sotto la maglia o gilet refrigeranti: serviranno protocolli condivisi, criteri oggettivi per valutare il rischio climatico, orari più favorevoli e forse, in prospettiva, anche un calendario differente.
Il ciclismo ha sempre convissuto con il caldo, con la pioggia e con il freddo. Fa parte della sua storia e del suo fascino. Ma il cambiamento climatico sta modificando profondamente le condizioni in cui si corre. Proteggere la salute dei corridori non significa snaturare questo sport, bensì garantirne il futuro.
Le immagini dei Campionati francesi, disputati sotto un sole implacabile, potrebbero rappresentare un punto di svolta. Perché la domanda posta da Pascal Chanteur è destinata a diventare sempre più attuale: ha ancora senso chiedere agli atleti di gareggiare per oltre sei ore con temperature vicine ai 45 gradi? Prima o poi il ciclismo dovrà trovare una risposta.
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