Inappropriato parlare di sicurezza stradale, di incidenti, di scontro camion-velocipede, auto contro bici, scontro tra bici e furgone: sono tutte parole che allontanano dalla verità e dalla gravità di ciò che sta accadendo sulle nostre strade.
Perché quando un ciclista viene ucciso sulla strada non è mai soltanto un incidente e non si tratta semplicemente di un problema di sicurezza stradale. Chi lo ha investito ha sempre un NOME e un COGNOME e, molto prima dell'impatto, ha compiuto una serie di scelte: sorpassare senza spazio sufficiente, non rallentare, distrarsi, usare il telefono, forzare una precedenza, guidare a una velocità incompatibile con il contesto. Non ha scelto forse di uccidere, ma ha scelto di accettare un rischio gravissimo sulla pelle di un'altra persona.
I ciclisti ammazzati sulle strade non sono vittime di incidenti, termine che deriva dal latino incidens, ovvero “qualcosa che capita”, ma sono conseguenza di scelte di condotta e di comportamento, di persone che decidono di agire accettando il rischio di provocare la morte di altri.
Il ciclista, a differenza di tutti gli altri utenti della strada, è completamente dipendente dalle decisioni e dalle condotte degli altri, ai quali affida la propria vita: quando lo sorpassano, quando gli entrano in staccata in rotonda, quando contromano sorpassano un altro veicolo invadendo la corsia opposta e ce lo troviamo di fronte, quando per gioco, stizza o frustrazione gli fanno il pelo.
Così, dall'inizio del 2026, mentre la politica si contende la paternità di riforme e proclami, siamo arrivati a contare 106 morti, 7 soltanto nella settimana del primo caldo. E ogni volta che un ciclista viene ucciso sulla strada leggiamo le stesse parole: tragedia, fatalità, incidente.
La morte di Adele ha sconvolto tutti, e riapre ferite, come le recenti morti di Sara, Matteo, Mattia, Francesco, Jacopo, Silvia, Federico, Matilda, Leonardo, Tiziana, Mirko, Cristiano, Gabriele, Leonardo, Viola.
L’uccisione di questi ragazzi e di tutte le altre vittime non ha nulla a che vedere con la fatalità, ma è il frutto di una violenza normalizzata nei confronti di chi sceglie di muoversi in bicicletta.
Parlare genericamente di “problema sicurezza” finisce spesso per diluire le responsabilità individuali, attenuando il peso delle condotte che hanno portato alla morte di una persona e delle relative conseguenze giuridiche.
Chi uccide un ciclista, nella maggior parte dei casi, non sconterà pene proporzionate alla gravità del danno provocato, non risponderà economicamente in modo diretto delle conseguenze e tornerà a guidare dopo un periodo relativamente breve. È una realtà che dovrebbe interrogare chiunque creda nel valore della vita umana.
Rendiamoci conto che il linguaggio che segue le uccisioni di ciclisti è del tutto inadeguato e che la questione parte anche dalla legge, che non interviene come dovrebbe, che continua a strizzare l'occhio agli automobilisti, sicuramente più numerosi e politicamente più rilevanti dei ciclisti.
Ed ecco i vari “sì, però anche voi ciclisti...”, che immediatamente assolvono condotte che non dovrebbero avere scusanti ma solo aggravanti.
Ed ecco il problema culturale.
Allora mi viene spontaneo un parallelismo: quando si è iniziato a parlare di femminicidio non si è semplicemente cambiata una parola, ma si è riconosciuto che dietro una serie di morti esisteva un fenomeno sociale e culturale che non poteva più essere raccontato come una somma di casi isolati.
Non sto nemmeno azzardando ad equiparare femminicidio e ciclisticidio, ma invito ad una riflessione, perché in entrambi i casi si tratta di fenomeni che per anni vengono descritti come fatalità individuali, quando invece sono conseguenze di una cultura che accetta e tollera queste condotte.
Anche nel caso dei ciclisti infatti esiste una cultura che normalizza il rischio, che considera chi pedala un ostacolo che non avrebbe diritto di stare sulla strada, lo colpevolizza, minimizzando le condotte pericolose e assolvendo chi mette in pericolo la vita altrui.
"Ciclisticidio" è una provocazione, ma la domanda è quante delle morti che avvengono sulle nostre strade vengono ancora raccontate come semplici incidenti quando in realtà sono il prodotto di una cultura della strada che non riconosce il diritto dei ciclisti a esistere, a essere rispettati, a non essere posti in pericolo di vita per non sollevare qualche secondo il piede dal pedale dell'acceleratore?
È un invito a tutte le persone che vanno in bicicletta ad unirsi, a non lasciare che questo grido rimanga isolato.
Avv. Federico Balconi
Fondatore APS ZEROSBATTI
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