A Milano il norvegese Fredrik Lavik ha vinto quando nessuno, al via, avrebbe mai scommesso su un finale come quello di oggi. Il corridore della Uno-X a 29 anni si regala la vittoria più importante della carriera, quella da incorniciare per sempre, con una fuga nata dal chilometro zero e il gruppo beffato proprio nella tappa più facile del Giro.
“Eh, avevo vinto l’anno scorso alla Tirreno-Adriatico (a Pergola, ndr), anche allora in fuga, e quindi le fughe qui in Italia stanno diventando la mia specialità”, racconta Lavik con un sorriso. Sulla linea d’arrivo ha fatto una celebrazione un po’ particolare: “Noi in squadra abbiamo questo scherzo: ragazzi rilassatevi, lo sistemo io, lo sistemo io, giro la cloche, lo sistemo. Quindi oggi giro la cloche, giro la cloche ed... è fatta. Era un nostro scherzo, ed averlo fatto sul traguardo è stato fantastico”.
Alcuni corridori in gruppo dopo l'arrivo hanno detto: "Beh, siamo andati così veloci che ci dev'essere stato un grande aiuto delle moto per la fuga". Così risponde Lavik: “Direi che in realtà c'erano quattro moto molto forti all'interno della fuga. Quindi... sanno anche che è una cosa nota in questo sport e, dato che non è andata a loro favore, ovviamente si lamenteranno”.
Lavik corre per la Uno-X, la formazione norvegese diretta da Thor Hushovd che sta avendo una crescita impetuosa. Hushovd, campione del mondo 2010, guida questa squadra ricca di talenti che ha come missione quella di scoprire e lanciare i giovani in Scandinavia: lo sponsor è un colosso norvegese e danese della mobilità elettrica. Così Lavik: “Siamo tutti ragazzi norvegesi e danesi, parliamo tutti la stessa lingua, quella con cui siamo nati. C’è un'atmosfera davvero fantastica nella squadra, e che sia buona o cattiva, ci sono sempre battute, battute. Siamo solo dei ragazzi che si divertono a correre insieme. Quindi tutti si vogliono bene, nessuna brutta sensazione”.
E che rapporto c’era tra te e Maestri, Bais e Marcellusi in fuga? “Beh, ho capito che ce l'avremmo fatta a circa cinque chilometri dal traguardo, quando non riuscivo più a vedere il gruppo dietro di me. Ma a dire il vero, non credo di aver detto una parola a nessuno degli altri tre. Nessuno mi ha detto una parola durante la gara. Ognuno aveva il proprio lavoro da fare e la cooperazione ha funzionato al cento per cento fino alla fine. Quindi è stato questo che ha fatto la differenza”.
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