L'ORA DEL PASTO. I RACCONTI DELLA MAGLIA NERA: RICCARDO MINALI - 5

STORIA | 20/05/2026 | 08:20
di Marco Pastonesi

Le maglie nere: gli ultimi della classifica generale, i primi della classifica sentimentale. Perché le maglie nere appartengono ai gregari, in perenne lotta con il tempo massimo e le energie minime. Sono loro i più umani e i più umili. I più simili a noi. Questa è la quinta puntata, dedicata a Riccardo Minali, ultimo al Giro d’Italia del 2021.


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Dieci minuti ieri, dieci oggi, dieci domani, alla fine delle 23 tappe arrivò a cinque ore, 35 minuti e 49 secondi dal vincitore, il colombiano Egan Bernal. Centoquarantatreesimo e buon ultimo. Rifilando al penultimo, Attilio Viviani, più di sei minuti. Ecco a noi Riccardo Minali, fra l’altro due titoli italiani dietro derny e due tappe al Giro di Malesia, la maglia nera del Giro d’Italia del 2021.

La verità?

“Se si potesse tornare indietro, chiederei alla mia squadra di non fare il Giro. Perché, oltre alle salite, ero allergico a pioppi, graminacee e ulivi. Nonostante gli antistaminici, non respiravo, starnutivo, soffocavo. La prima settimana fu atroce, la seconda terribile, la terza, la più dura, la più infestata dalle salite, paradossalmente si rivelò la meno difficile. Avevo fatto la gamba e preso l’abitudine”.

Gruppetto?

“Quello dei velocisti, veloci in volata, lenti in salita, compagni di avventura e, quei giorni, anche di sventura. Elia Viviani e Fabio Sabatini dettavano i tempi: con il proprio passo, ma insieme, in salita, poi rischiando la pelle in discesa, quindi come in una cronosquadre in pianura. Cioè quello che si perdeva in salita, doveva essere recuperato in discesa e mantenuto in pianura. In cima alla salita c’era sempre qualcuno che ci comunicava il distacco e su quello ci si regolava. E non c’è stata tappa in cui ci fosse il pericolo di finire fuori tempo massimo”.

Neanche un giorno di crisi?

“Uno, sì. La Siena-Bagni di Romagna. Più di 200 chilometri, tutti su e giù, alla fine il dislivello era quello di un tappone dolomitico. La selezione fu naturale e, per me, fisica. Non andavo avanti, come dicono i corridori, neanche a spinta. Mi ritrovai nel gruppetto, poi in fondo al gruppetto, finché mi staccai anche dal gruppetto, in due, io e l’americano Matteo Jorgenson, che lo scorso anno vinse la Parigi-Nizza, ma che quel giorno era vuoto. Ci aiutammo, ci davamo cambi, ci facevamo coraggio, finché rientrammo su altri tre disperati fino al traguardo. Una mezzoretta dopo il vincitore. Quel giorno conquistai l’ultimo posto nella generale”.

La tappa più dura?

“Quella da Canazei a Sega di Ala, l’arrivo in salita, ma di salita c’era già stata quella di San Valentino. In certe tappe non c’è rapporto che tenga, ci si aggrappa a tutto, anche a una borraccia, ma sempre entro i limiti della dignità e del regolamento, e sperando nella generosità degli spettatori. Anche le spinte, poco, una ventina di metri, ma aiutano. Ai miei compagni belgi avevo insegnato a dire ‘urta’, che in veronese significa spingi. Quell’anno si fece anche lo Zoncolan, ma dal versante di Sutrio, si fa per dire, il più facile. La maglia nera non era il mio obiettivo, in fondo alla classifica mi ci ritrovai per casualità e fatalità, anche per i 41 ritirati. L’ultimo giorno mi dissi meglio ultimo, ché qualcuno si ricorderà di me, che non penultimo, battuto e dimenticato”.

Nel 2021 corse anche la Vuelta.

“Ma senza allergie e senza antistaminici andavo più forte e così non riuscii a fare la doppietta Giro-Vuelta. Sarebbe stata un’impresa storica. In quella Vuelta quattro volte mi piazzai fra i primi 10 di tappa. E alla fine mi classificai centotrentasettesimo sui 141 arrivati dei 183 partiti”.

Per l’ultimo al Giro era previsto un premio?

“Macché, neanche un riconoscimento. Però un giorno ho ricevuto una maglia nera da quelli della Mitica, la ciclostorica nei luoghi di Fausto Coppi. Ce l’ho in un cassetto”.

Impara l’arte e mettila da parte?

“Il ciclismo è la mia vita. Imparai quasi prima a pedalare che a camminare, a due anni andavo in bici senza rotelle. Da mio padre ho ereditato la passione per il ciclismo e anche l’istinto del velocista. Smesso di gareggiare, mi sono laureato in Scienze motorie e per due anni ho lavorato nel commerciale, prima con l’Alé poi con la Scicon. Adesso lavoro in proprio, ho aperto un centro con otto smart bike, ciclismo in una stanza, così si ottimizza il tempo e non si corrono i rischi della strada, neanche quelli delle allergie a pioppi, graminacee e ulivi, e mi occupo anche di preparazione e posizionamento. Insomma, non si finisce mai di correre”


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