Si parte nel segno del secondo Paul francese, questo Magnier che se ne magnerà tanti di avversari, grana enorme per il nostro Milan. C'è pure la caduta di massa con bilancio miracolosamente lieve, in un budello finale disegnato direttamente da Dario Argento, o da un suo cugino sadico, sempre viva la Bulgaria nuova frontiera.
E comunque meno male che siamo partiti: sinceramente cominciavo a sentirmi soffocare dall'ansia, continuando a leggere tutte queste presentazioni-introduzioni, immancabilmente segnate a lutto per le condizioni disastrate del ciclismo italiano.
Parliamoci chiaro: è la pura verità. Non muoverei un dito per sostenere il contrario. Basta girare tra i vari articoli ed è tutto un festival: mai così pochi italiani al via (evviva, un nuovo record), non si vince da Nibali 2016, perdura lo zero nella casella squadre di serie A (sempre viva la Bardiani e la Polti che tengono acceso il lumicino), possiamo solo sognare i successi di tappa con Ganna, Milan e io aggiungerei Scaroni (che il Cielo li benedica e li conservi a lunghissimo), in classifica non ci resta che Pellizzari (e meno male, dico io, di solito siamo appesi a Ciccone, che puntualmente conferma di non essere da classifica). In aggiunta, ci mette sopra un carico lo stesso Giro, stavolta salvato a livello di prestigio e nobiltà solo dall'intelligente scelta di Vingegaard (sempre grati) di vincere anche la terza grande corsa a tappe, un Giro però che non fa nulla per pretendere rispetto, basti vedere le formazioni mandate dalle squadre per comprendere che comunque giocano con i rincalzi.
Eccetera, eccetera, eccetera.
La verità è nota: viviamo in un tempo che sa molto di Italexit. Di uscita dell'Italia dal grande giro internazionale. E naturalmente rispetto alla Brexit nessuno di noi l'ha votata. Eppure. Eppure siamo messi così e non possiamo raccontarcela. Tutto sta a capire se sia una lenta e inarrestabile caduta verso l'inferno, oppure se sia un penoso purgatorio alla francese, cioè un'era di transizione e ricostruzione in attesa di un messia, un Seixas de noantri capace da solo di rianimare il corpaccione, metti caso sia davvero Finn.
Nell'attesa, non cadremo nell'errore di buttare via niente. Abbiamo ancora il Giro e il Giro comunque ci godremo. Non siamo così ignoranti da non sapere che qualunque impresa avrà comunque un peso relativo più leggero, perchè il peso vero si registra al Tour con quella partecipazione di meglio del meglio, persino a livello di gregari, ma questo non deve impedire di giocare col gioco che abbiamo. Non starò a smarronare di nuovo con le previsioni che ormai hanno in zucca anche le nonne, ma sì, andiamo pure a pappagallo, Vingegaard senza avversari, Pellizzari che a questo punto della vita – con questi avversari - può solo arrivare secondo altrimenti è una frustrazione inquietante sul suo futuro, le frattaglie affidate ai Bernal, agli Yates, ai Mas, citati più per fare massa critica che per effettiva levatura mondiale, lasciando ovviamente uno spazio doveroso ai saggi della situazione belli pronti con la formula ecumenica “può sempre esserci una sorpresa”, certo, come no, così vale tutto e loro ci prendono comunque.
Teniamoci quello che resta, proviamo a vedere solo il bicchiere mezzo (un quarto) pieno, mettiamoci di traverso a questa lenta e strisciante Italexit. Sarà comunque bello e divertente, se in assenza della serie A la serie B ci darà dentro senza respiro. C'è un'Italia nazional-popolare che comunque vuole e pretende il suo Natale di maggio, che i girini non riducano la festa a pane e cipolle. Quando non c'è la forza, serve la fantasia. O vogliamo portarci Vingegaard a Roma senza neanche farlo spettinare?