AXANDRE VAN PETEGEM, UN COGNOME CHE NON SPAVENTA E LA VOGLIA DI RITROVARE SPAZIO TRA I PRO’

INTERVISTA | 09/05/2026 | 08:12
di Federico Guido


Quello di Peter Van Petegem è un nome che ancora oggi, a quasi 20 anni dal suo ritiro, riecheggia e non lascia indifferenti nel mondo del grande ciclismo. Classe, 1970, il belga di Brakel è stato infatti un autentico maestro delle classiche del Nord vincendo, a cavallo tra gli ’90 e i primi anni duemila, quasi tutto quello che un fiammingo come lui avrebbe sempre desiderato vincere incluse due Ronde, una Parigi-Roubaix, tre Omloop, una Scheldeprijs e una Kuurne-Bruxelles-Kuurne.


Decisamente meno ricco e roboante è, almeno finora, il palmares di suo figlio Axandre che, costretto quest’anno a scendere tra le Continental per continuare a correre dopo la chiusura della Wagner Bazin, a 24 anni è ancora alla ricerca della prima occasione per alzare le braccia al cielo.

È questo, parallelamente al ritrovare lo spunto che gli anni scorsi gli aveva permesso prima di attirare l’interesse delle Devo di Visma Lease a Bike e Lidl-Trek e poi di sbarcare tra i professionisti, ciò che in questo momento interessa maggiormente al primogenito del grande Peter che, animato dalla forte volontà di ritrovare un posto nel ciclismo di alto livello, abbiamo intercettato al recente Giro di Turchia per farci raccontare qualcosa di più sul momento che sta vivendo.

Axandre, che anno è stato per te finora?

La prima parte di stagione non è stata semplice per me perché mi sono ammalato. Ora sto cercando di ritrovare la forma e vedremo cosa riuscirò a combinare. La stagione di sicuro è lunga e tra un po’ in Belgio ci saranno diverse gare di un giorno che mi si addicono molto come GP Criquielion e Antwerp Port nelle quali voglio essere al 100% e cercare di mettermi in mostra”.

Hai corso per squadre Devo molto importanti come quelle di Visma e Lidl-Trek per poi cercare di trovare la tua strada nel ciclismo professionistico attraverso la Wagner Bazin. Il tuo primo obiettivo è tornare a quel livello?

Esattamente. Avevo un contratto di due anni con la Wagner, ma la squadra ha chiuso: fortunatamente è arrivato Peter Bauwens a offrirmi la possibilità di correre con la Tartelletto-Isorex che è la più importante squadra Continental del Belgio. Facciamo praticamente tutte le gare che disputavamo in Bazin per cui il mio obiettivo è provare a risalire di livello e vedere dove potrò andare a finire”.

Hai già scoperto tutti i tuoi limiti o pensi di non averli ancora trovati del tutto?

Da ogni gara a tappe che ho disputato sono uscito sempre più stanco per cui di sicuro credo che non ci sia un limite alla stanchezza. Penso di aver capito che le salite di 5 minuti siano il mio, mentre se sono più lunghe ho visto che diventa difficile sopportare certi sforzi. Forse quando diventerò più forte riuscirò a farmele piacere di più. Vedremo”.

Se dovessi dirmi che gara ti piacerebbe vincere, quale sceglieresti?

Al momento, mi basterebbe vincerne una, non importa quale. Sono andato vicino a vincere l'ultima tappa del Tour of Mersin dopo una fuga di 40 km. Attualmente, qualsiasi gara andrebbe bene, ma se dovessi proprio sceglierne una gara, sicuramente direi una gara di un giorno in Belgio. Il Giro delle Fiandre? Ora mi accontenterei anche di una gara minore anche se in questo periodo non ce ne sono più: ogni corsa, al giorno d’oggi, è di alto livello e se riesci a vincere, vuol dire che sei sicuramente un buon corridore”.

Sappiamo che in passato hai corso per un breve periodo con Alexander Salby che ora si trova in una squadra cinese e sta facendo davvero delle ottime cose. Potrebbe essere un’opzione anche per te quella di andare in Cina?

Non saprei, non ci ho mai pensato. Il mio cuore batte più per il ciclismo che si corre in Belgio o in Francia, dove vivo, ma è anche vero che, che se sei un velocista, correre in Cina rappresenta una buona opportunità. Oltre a Salby, anche il mio ex compagno di squadra Pierre Barbier ora ha trovato squadra in Asia (al Terengganu Cycling Team, ndr) e ha già vinto due o tre gare…In definitiva, sì, ritengo che andare a correre in Cina sia una buona possibilità per gente come loro, anche perché in questi giorni, con tutte le squadre che chiudono (vedi cosa è successo in Belgio l’anno scorso dove 90 corridori sono rimasti senza contratto) ogni anno diventa più difficile trovare una sistemazione. Chissà, forse un giorno potrei anch’io prendere in considerazione un’opzione del genere”.

L’obiettivo, dunque, per il resto della stagione è semplicemente essere la versione migliore di te stesso.

Sì. Ora voglio al 100% ritrovare lo smalto che ho avuto in passato perché so che in quelle condizioni posso fare gare davvero buone”.

Com’è portare un cognome così importante?

Trovo sia bello. Ora che sono un professionista mi rendo conto che vincere una gara è davvero difficile e lui le ha vinte tutte o, quantomeno, molte, quindi provo solo grande rispetto nei suoi confronti”.

Che consigli hai ricevuto da tuo padre, in generale, per il resto della tua carriera?

Fare del mio meglio. Lui non può correre con le mie gambe, sono io che devo farlo. Può augurarmi buona fortuna e darmi qualche consiglio, quello sì, ma alla fine sono io che devo inforcare la mia bici e ottenere dei risultati”.


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