A MONTRÉAL L'ULTIMA RECITA DI WOODS: «AMO QUESTO SPORT, MA I RISCHI SONO TROPPI»

PROFESSIONISTI | 09/09/2025 | 08:20
di Carlo Malvestio

Con un bellissimo messaggio sul suo blog, che raccontava paure e preoccupazioni di un padre ciclista, Michael Woods aveva annunciato qualche settimana fa il suo ritiro dal ciclismo professionistico alla fine della stagione. Qualche giorno fa è arrivata anche la conferma di quella che sarà la sua ultima apparizione tra i grandi, ovvero la corsa di casa, il Grand Prix Cycliste de Montréal 2025 di domenica 14 settembre. 


L’addio è coinciso con una stagione al di sotto delle aspettative, che lo ha costretto ad inseguire una condizione fisica mai realmente a livello di ciò che ci aveva mostrato negli ultimi anni: «Sono caduto a marzo alla Milano-Torino e mi sono rotto la clavicola - ha raccontato “Rusty” Woods in videoconferenza -. È stato lì che ho pensato che forse questa sarebbe stata la mia ultima stagione. Ma ho scelto di non prendere una decisione in quel momento, perché volevo provare a fare il meglio possibile, cercando di arrivare al Tour de France al massimo. Durante il Tour però mi son deciso: “Ok, è il momento. Non sono più allo stesso livello degli anni passati”».


Una decisione non banale per molti motivi. In primis perché il corpo, tutto sommato, risponde ancora bene, e poi perché il prossimo anno c’è il Mondiale nel suo Canada, proprio a Montréal dove invece terminerà la sua carriera. «Certo, ci ho pensato. Ma non voglio essere un corridore che è semplicemente “presente”. Voglio essere competitivo, e non voglio andare ai Mondiali se non sono in grado di fare qualcosa di speciale. E adesso, secondo me, è arrivato il momento di passare il testimone alla prossima generazione» ha ammesso ancora il canadese, medaglia di bronzo a Innsbruck 2018. 

Per fare il corridore ci vuole fisico, ma anche testa, ed è forse quello che comincia a mancare al corridore della Israel-PremierTech. Non tanto in termini di determinazione, quanto di disposizione a prendersi certi rischi, perché a 38 anni si comincia a pensare che, forse, non vale la pena mettere a repentaglio l’osso del collo ogni volta che si appende un numero alla schiena. «Amo il ciclismo, è uno sport straordinario, ma alla mia età, con due figli, è semplicemente troppo pericoloso… E con la caduta di marzo ho davvero capito che era il momento di smetterla - ammette Michael -. Non ho più la stessa voglia di rischiare. In questo momento il ciclismo è uno sport troppo pericoloso, e bisogna cambiare le regole, bisogna fare di più per proteggere i corridori, perché ci sono troppe cadute gravi ogni anno. C’è chi è morto e non è cambiato nulla, e purtroppo succederà di nuovo».

La carriera di Woods si è sviluppata in fretta, visto che è salito in bicicletta a 25 anni dopo una discreta carriera da mezzofondista. Il gusto per la fatica non lo perderà certo ora: «Continuerò a vivere per un po’ ad Andorra e vorrei dedicarmi ad altri sport. Mi piacerebbe fare triathlon o Ironman, gare di corsa, ma anche qualche gara nel gravel. Fisicamente credo di avere ancora qualche anno a buon livello e vorrei riuscire a sfruttarli».

Ad illuminare la sua carriera c’è stato il successo sul Puy de Dôme al Tour de France, ma anche tre tappe alla Vuelta a España, il successo a Superga alla Milano-Torino del 2019, un 2° posto alla Liegi-Bastogne-Liegi e la già citata medaglia mondiale a Innsbruck. «Ma ho anche un rimpianto, l’Olimpiade di Tokyo nel 2021. Ho fatto 5°, ma quel giorno sentivo di essere il più forte di tutti».

Prima di pensare da ex, però, c’è la voglia di godersi la settimana di gare canadesi, anche se la condizione non è quella dei giorni migliori. «Ero in ottima forma dopo il Tour de France, non vedevo davvero l’ora delle corse di casa. Ma purtroppo mi sono ammalato qualche giorno fa - ha spiegato - Inoltre, mi è venuta fuori un’ernia e purtroppo non sono più fiducioso come lo ero 2-3 settimane fa. Spero comunque di riuscire a correre bene, soprattutto a Montréal: per me è come un Campionato del Mondo, è la gara più importante del mio calendario. Da un mese sono in Canada, ho incontrato tante persone che mi hanno detto "Congratulazioni, siamo fieri di te e di quello che hai fatto”. È stato bellissimo».

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