Accpi: non devono esistere sport di serie A e di serie B
| 30/01/2009 | 17:19 Il numero uno del tennis mondiale, Rafael Nadal, ha criticato nei giorni scorsi il codice antidoping varato il 1° gennaio dalla WADA in tema di reperibilità. L’ha ritenuto un provvedimento vergognoso che viola la privacy, ma si tratta della stessa normativa cui i corridori ciclisti sono sottoposti da tempo. La “novità” che indispettisce gli altri sport è regola consolidata nel ciclismo.
Il fatto che tali restrizioni vadano ad interferire con la sfera della privacy è cosa nota al punto che, nel novembre scorso, il Garante per la Privacy accolse la segnalazione dell’ACCPI proprio sugli eccessi del protocollo WADA. «Un provvedimento destinato a fare giurisprudenza lo definimmo noi, e non solo nel ciclismo – ricorda Amedeo Colombo –. Eravamo stati facili profeti. Stupisce, però, che le stesse voci di solito così pronte a scagliarsi contro i corridori ciclisti, oggi dimostrino accondiscendenza nei confronti dei protagonisti di sport più “potenti”».
Alle parole del presidente dell’ACCPI fanno eco quelle di Francesco Moser, ex numero uno dell’associazione internazionale dei corridori: «E’ tempo che tutte le discipline si adeguino: non è tollerabile che i ciclisti paghino di più e per primi. Per essere credibile, lo sport deve darsi regole precise e uguali per tutti».
Ieri al tennis si è aggiunto il calcio: probabilmente il mondo del pallone sciopererà durante il prossimo week-end in segno di solidarietà nei confronti dei due calciatori squalificati per essersi presentati in ritardo ad un controllo antidoping. Un’azione di protesta che vorrebbe far riflettere sulla necessità di rivedere le regole WADA.
Forse, però, non tutti ricordano che nel ciclismo non è mai accaduto che un corridore potesse ritardare impunemente il controllo antidoping. Provate a chiedere a Rasmussen: sta ancora scontando due anni di squalifica, senza mai essere stato trovato positivo, per non aver comunicato correttamente i propri spostamenti.
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