VIVIANI: «LA SANREMO? È IL MASSIMO»

PROFESSIONISTI | 15/03/2018 | 07:00
La nuova avventura di Elia Vi­via­ni in maglia Quick Step Floors non poteva iniziare me­­glio. A segno nella terza tappa del Tour Down Under in Australia il 18 gen­naio, il ventinovenne veronese si è ripetuto al Dubai Tour firmando oltre alla seconda e quinta frazione, la classifica ge­nerale, quindi ha brillato all’Abu Dha­bi Tour conquistando la seconda tappa... Il campione olimpico dell’Om­nium di Rio de Janeiro è partito in quarta e con i suoi nuovi compagni promette di proseguire ancora me­glio. L’obiettivo dichiarato è centrare un grande colpo tra Milano-Sanremo e Giro d’Italia, passando per il sogno tricolore.

Il ciclismo italiano ha iniziato alla grande il 2018. Che anno sarà per i colori azzurri?

«Speriamo sia davvero importante. Al­la fine della stagione conta chi ha conquistato le classiche monumento e i Grandi Giri. Siamo partiti con il piede giusto e questo è indubbiamente un buon segnale. È bello rivedere vincere Moreno Moser, aver ritrovato Giacomo Nizzolo dopo un anno storto, Sonny Colbrelli che sugli arrivi a lui adatti è ormai di­ventato un riferimento mondiale. Vincenzo Nibali è una certezza. Aru e Moscon due gioielli pronti a brillare. Temevamo un vuoto generazionale, invece noi nati negli anni ’89 e ’90 stiamo dimostrando di avere dei numeri. Non abbiamo dato tutto subito, ma stiamo arrivando ai vertici. Non siamo esplosi a 25 anni ma a 28, ci serviva solo del tempo. Ora vogliamo raccogliere il più possibile».

E per quanto ti riguarda?
«Finora è stato il mio inizio di stagione migliore di sempre. Già in Au­stra­lia, dove mi sono presentato con due chili in più rispetto al mio peso ideale, avevo notato che su strappi e brevi sa­lite avevo già un buon ritmo, che di so­lito trovavo solo dopo qualche cor­sa. In più, posso contare su un lavoro di squadra impeccabile. Nove volte su dieci mi ritrovo a lanciare il mio sprint nella posizione ideale. Sono arrivato nella squadra migliore per un velocista proprio negli anni migliori della carriera. Non ho scuse, non ho alibi. Ora tocca a me. Nel mirino metto Milano-San­remo e Gand Wevel­gem, quindi staccherò una settimana e nel weekend andrò a vedere Elena (la com­pagna Cecchini, pluricampionessa italiana, ndr) al Giro delle Fiandre. È la corsa dei suoi sogni, è già arrivata quinta una volta. Visto che in quei giorni sarò in vacanza, non voglio perdermela, anche perché dicono sia su­per da seguire come spettatore. Do­po mi aspetteranno 18 giorni di altura sull’Etna per preparare il Giro d’Italia, che affronterò dopo il Ro­mandia. Alla corsa rosa, oltre a vo­ler vincere una tappa, punto alla maglia ciclamino. Dell’ultima volta, nel 2015, ho un bellissimo ricordo: la tappa vinta, le due settimane in maglia rossa. Non vedo l’ora di tornare a correre davanti ai tifosi italiani dopo l’oro di Rio. A proposito di Grandi Giri, in teoria dovrei disputare anche la Vuelta, ma con la squadra faremo le valutazioni del caso dopo il Giro. Se il Campionato Ita­lia­no, come sembra, sarà simile a quello che aveva vinto Nizzolo nel 2016, vorrei tener duro dopo la corsa rosa per puntarci».

Con 54 successi, in questo momento sei il secondo italiano in attività più vincente, dopo Rebellin (65) e al pari di Bennati.
«Queste statistiche mi rendono orgoglioso. Sorpassare i 50 centri per me è già stato un grande traguardo. La prospettiva di migliorare questi record mi piace. L’anno scorso è stato un incubo non riuscire a vincere fino al Ro­man­dia, questo inizio di stagione invece è un sogno. Presentarsi così con la nuova squadra, dove dovevo andare a sostituire un capitano come Kittel e pri­ma ancora Cavendish, è stato come dare un segnale importante anche ai compagni. Non sono un fuoriclasse come i leader a cui erano abituati, per conquistare la vittoria dobbiamo essere molto più precisi. Sabatini in particolare ha una grande responsabilità. Se prima bastava che la squadra mettesse in fila il gruppo e lasciasse Marcel con lo spazio per lanciarsi, anche in decima posizione con i watt che ha vinceva co­munque, ora 20 metri in più o in meno mi possono far perdere qualche volata. Tra noi c’è già grande feeling, non perdiamo le ruote l’uno dell’altro e possiamo ancora affinare i meccanismi del treno».

Dopo le conquiste in pista, per te è iniziata una nuova fase incentrata al cento per cento sulla strada. Cosa vuoi da questa pagina della tua carriera?
«Vincere un’Olimpiade ti apre ad altri mondi. Una cosa nuova, almeno per me, è la gente che ti riconosce per strada. È bellissimo, qualche volta un po’ imbarazzante. Mi fermano e mi dicono: quanto mi hai fatto piangere. Oppure: quante parolacce mi hai fatto dire quando sei caduto, ho tirato tutti i cu­scini al televisore. Ti raccontano cosa stavano facendo loro mentre tu vincevi l’Olimpiade, è il loro modo per dirti che sei stato qualcosa di indimenticabile. Archiviati i cinque cerchi, all’inizio ero titubante. L’anno scorso non è an­data come speravo, il passo in avanti che mi aspettavo è arrivato con qualche mese di ritardo, ma dopo l’esclusione dal Giro da parte del Team Sky ho cambiato marcia e capito di es­sere sulla strada giusta. Due anni in vista di To­kyo 2020 sono corti. La cosa buona è che l’Omnium non è più specialistico come una volta. Io non ho ancora fissato quando tornerò a tutti gli effetti nei velodromi, ma penso il prossimo inverno, per le qualificazioni olimpiche. Ad agosto ci sarà già la prima prova utile per raccogliere punti, ma ci penseremo quando sarà il mo­mento. Ora voglio restare concentrato sulla strada».

Se il massimo in pista era vincere l’Olim­pia­de, il massimo su strada sarebbe vincere la Sanremo.
«È proprio così. Tornato da Dubai ho pedalato su Cipressa e Poggio per sfogarmi un po’. Devo ricordare il bicchiere mezzo pieno dell’anno scorso, sono arrivato in fondo (9° al traguardo, ndr) e mi sono dimostrato competitivo, non mi aspettavo di vincere alla prima occasione da leader. Per quest’anno abbiamo un team davvero competitivo con uomini che possono ragionevolmente puntare a vincerla come Gilbert che in Spagna è già andato all’attacco e Alaphilippe che è già andato a segno in Colombia. Vediamo come ci arriveremo. E ci mancherà una carta importante come Gaviria per infortunio. Con soli sette uomini al via, non sarà facile, ma l’im­portante sarà aiutarsi a vicenda e sono convinto che lo faremo. La Clas­si­cis­sima di Primavera sembra con­cedere una possibilità a tutti. In realtà non è così. E ci sono tanti traguardi, non solo quello di via Roma: uno sul Turchino, uno sui Capi, uno sulla Cipressa, uno sul Poggio...  E poi co­mincia ancora un’altra corsa. È imprevedibile quanto fantastica. Avre­mo più carte da giocarci. La tattica la fa­rà la strada».

Hai cambiato il modo di sprintare. Ti al­leni in modo diverso?
«Sì. In inverno ho lavorato molto meno sulla resistenza. L’anno scorso avevo esagerato. Ho fatto più qualità, lavori brevi ad alta intensità. Sugli sprint corti lavoro sempre per cercare un picco di velocità, però ora che il team è in grado di portarmi in testa a 200 metri dall’arrivo conta avere 18-20” di volata regolari e potenti, magari in progressione. In allenamento faccio volate di 330 me­tri, mentre con Sky lavoravo sui doppi sprint perché capitava che in corsa do­vessi farne due: uno per prendere la po­sizione, un altro per provare a vincere. Sto lavorando anche a livello mentale, la testa conta tanto. Devo battere la paura di partire troppo lungo, devo avere la fiducia che quando parto ai 200 metri posso sempre arrivare in fondo. Questa è l’ultima barriera da abbattere: devo partire al momento giusto e convincermi che ho nelle gam­be la possibilità di tenermi dietro tutti gli altri».

Da quali campioni del passato trai ispirazione?
«Prima non avevo un treno quindi avevo come modello McEwen, un mago a saltare da una ruota all’altra. Ora che sono alla Quick Step è diverso perché finalmente ho un treno ed è questo che mi ha motivato nel difficile cambio di maglia. Ora guardo a due incredibili maestri, Cipollini e Petacchi, che con l’aiuto dei loro treni hanno fatto la storia. Le loro volate lineari, pulite, corrette hanno se­gnato un’epoca. Tra i grandi specialisti di quel periodo c’era anche Giovanni Lombardi, il mio procuratore. Come già successo ai Giochi Olimpici in Bra­sile è al mio fianco, non solo come ma­nager. È stato lui a farmi capire che prima avevo quattro possibilità su dieci di arrivare a disputare una buona volata, a giocarmi la vittoria. Ora ne avrò nove su 10. La squadra è con me e mi ha dato fin da subito piena fiducia. Sono davvero felice di aver trovato in ammiraglia il “Brama” (il ds Davide Bramati, ndr) che, oltre ad essere un bravo tattico, è un super motivatore, che riesce a tirare fuori il 110% da ogni corridore. Caven­dish mi ha raccontato che più di una volta in gara era a tutta, ma grazie alle sue incitazioni è riuscito a stringere i denti e a vincere corse che non pensava nemmeno lui di poter conquistare».

Come ti trovi con i nuovi compagni?
«Alla Quick Step Floors mi sono sentito subito a casa. Sono uno che ha sempre avuto molti amici in gruppo, tra questi ci sono Max (Richeze, ndr) e Saba, con cui avevo già corso ai tempi della Liquigas. La rivalità con Fer­nan­do è stata talmente forte che ce le sia­mo dette tutte al momento opportuno e oggi tra noi non c’è nulla in sospeso. Nei primi ritiri, di battute sul mondiale di Londra 2016 (Gaviria vinse, Elia fu quarto dopo una accesa battaglia, ndr) ne sono scappate diverse, ora ci scherziamo. Per quanto riguarda il treno stiamo affinando i meccanismi, ma visti i risultati direi che siamo assolutamente ben messi. Fabio Sabatini è tra i mi­gliori al mondo nel lanciare le volate, l’altro “mio” uomo fisso è Morkov che, dopo gli impegni in pista, ho ritrovato ad Abu Dhabi. Gli altri vagoni ruotano, la qualità in questa squadra non manca. Uno che mi piace è il francese Florian Senechal, arrivato dalla Cofi­dis. Chi mi ha impressionato per la sua fame agonistica è Philippe Gilbert. Un giorno, dopo alcuni test in pista, mi ha detto “torniamo in hotel in bici”. Ci siamo sparati 130 km con vento e pioggia. Siamo arrivati con il buio. Mi ha tirato il collo per quattro ore. Ha la determinazione che solo i grandi campioni hanno. Mi ha fatto capire quanto davvero vuole conquistare gli ultimi due monumenti che gli mancano. Alla riunione prima della Sanremo quando parlerà, io mi ricorderò di quel bel po­meriggio passato insieme, di quanto già allora pensasse alla Classicissima».

Cosa chiedi al tuo 2018?
«Voglio dare il massimo a Sanremo e Giro. Chiedo tanto a me stesso negli appuntamenti che ho cerchiato di ros­so. Le gare si vincono e si perdono, voglio giocarmele. Voglio riprovare l’emozione provata a Genova nel 2015, e imparare a vincere, senza sentirmi ap­pagato. Questa volta non mi basta una tappa, voglio essere un protagonista totale della corsa».

Ti sei trasferito a Montecarlo: come mai?
«Non l’ho fatto quando ero alla Sky ma ora era arrivato il momento. Se sono partito così bene, anche il cambio di residenza ha giocato il suo ruolo perché quando sono a casa io sono una trottola: vado a trovare il mio meccanico, in negozio (Evolution Bike a Val­lese di Oppeano, di fianco al mobilificio di famiglia, che ora è gestito dal fratello Luca, calciatore in Serie D con la maglia dell’Este, ndr), non riesco a sta­re fermo. Qui invece non ho distrazioni e posso concentrarmi al 100% sulla vita da ciclista. Mi alleno, mi riposo, al massimo mi concedo una passeggiata. Un po’ come se fossi in ritiro. Vivere a Montecarlo mi sta aiutando ad essere più preciso. E poi qui ho tanti compagni con cui allenarmi, percorsi vari e clima mite tutto l’anno. Elena non è potuta venire con me, in questi mesi ci vediamo più spesso in hotel in giro per il mondo che nella nostra casa di Ve­ro­na, ma tra gli impegni di entrambi cerchiamo di ritagliare del tempo per noi. Intanto a farmi compagnia a Mon­te­car­lo c’è il nostro bulldog francese Attila. Ogni volta che torno da una lunga trasferta temo non mi riconosca più, invece mi fa sempre delle grandi feste».

Un’altra novità del nuovo anno ce l’hai impressa sulla pelle.
«Esatto, sul braccio sinistro mi sono tatuato un disegno maori. L’ho fatto a Udine l’inverno scorso. Ho cercato dei significati che mi rappresentassero. Da sinistra, il Tiki è una divinità che soffia la vita nel mare; quindi lo squalo, per la forza; la manta, per libertà e protezione, il delfino, amicizia e gioia; la tartaruga, famiglia e vita. Ne ho in mente un altro in ricordo dell’oro di Rio 2016, ma ci devo pensare bene».

Anche dopo il titolo olimpico, non ti sei mai considerato un fenomeno.
«Perché non lo sono. Il fenomeno è quello che sale in bici e gli viene tutto facile. Per restare ad atleti che ho visto da vicino, penso a Sagan, Kwiatko­w­ski, Alaphilippe, Gaviria. Si capisce già nel training camp che hanno qualcosa in più: fanno uno scatto per divertirsi e intanto si allenano. Io sono un buon velocista che può far sue anche le classiche. Se sto bene, voglio vincere anche la corsa del campanile ma se dovessi aggiudicarmi la Sanremo o tre tappe al Giro il mio anno sarebbe fantastico co­sì. Io lavoro cercando di fare tutte le cose per bene con l’obiettivo di arrivare al traguardo che mi sono fissato».

Qual è?
«Arrivare ad essere uno dei migliori velocisti al mondo in grado di vincere il più possibile. Un campione». Per noi lo è già.

Giulia De Maio, da tuttoBICI di marzo
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