CASSANI, IL PROGETTO GIOVANI CONTINUA

DILETTANTI | 28/11/2017 | 07:47
Davide Cassani è da tempo una figura di riferimento importante per il mondo del ciclismo. Da atleta lo chiamavano il CT in corsa. Poi, Commis­sa­rio Tecnico lo è diventato per davvero e oggi, a capo del progetto federale, fa di tutto per valorizzare e tutelare i giovani italiani che domani passeranno al professionismo. Davide è un convinto sostenitore della partecipazione in prove a tappe, utili per la crescita e per la selezione naturale degli atleti.
Conoscere il suo pensiero è importante per comprendere a pieno i disegni fe­de­rali impostati per la valorizzazione dei giovani.

Lei sostiene l’importanza della gare a tap­pe per Under, eppure Nibali da ragazzo non ha vinto il Giro e proveniva da un team non classificato come di prima fa­scia. Come se lo spiega?
«I fenomeni non fanno testo. Nibali da junior ha comunque vinto un campionato italiano ed è stato bronzo ai Mon­diali Under 23 a cronometro. È passato presto professionista e si è capito im­mediatamente che era un campione. La maggior parte dei corridori deve invece costruirsi. Calendari e parametri non vanno fatti a misura di fenomeno».

Qual è secondo lei il percorso di crescita più adatto?
«È molto semplice. Fino a junior il ci­cli­smo è un gioco, pur trattandosi di uno sport impegnativo, anche perché devi abbinarlo alla scuola. Poi si passa ai dilettanti: al primo anno tutto è concesso, ricordo che per quasi tutti è quello della maturità scolastica, e dal secondo hai bisogno di testarti ad alto livello, con le corse a tappe e le gare internazionali. Comincia qui ad esserci l’allenamento vero e proprio. Voglio leggerti questa slide che mi è stata presentata ad un convegno della FIN, la Federazione Italiana Nuoto: “L’uti­liz­za­zione, nell’allenamento giovanile, di carichi molto intensi porta ad una rapida risposta a questi stimoli e ad un precoce esaurimento del potenziale adattativo dell’organismo che è ancora in fase di sviluppo. La conseguenza è che in futuro l’atleta non reagirà neanche a stimoli meno in­tensi che potrebbero essere ancora efficaci se l’allenatore non avesse adottato precocemente regimi di allenamento troppo intensi” (Y. Verchoshanski). Secondo me è molto indicativa».

Le squadre non hanno pazienza nel far cre­scere i giovani o tendono a chiedere trop­po?
«Generalizzare e dire che tutti spremono è sbagliato. Dobbiamo capire come fare il bene del corridore. Tanti ci riescono ma altri hanno la bramosia del risultato in tempi brevi senza guardare al domani o al dopodomani. Anal­iz­ziamo il passato dei corridori: Gianni Moscon, uno dei migliori giovani del nostro movimento, ha sempre vinto poco. Da junior lo mandavano un mese a studiare in Germania e in bici ci andava al 50%. Al secondo anno da dilettante alla Zalf ha iniziato a fare sul serio e poi è passato professionista. È vero che alcuni atleti non arrivano pronti o ci mettono di più a maturare, ma non puoi passare senza aver disputato corse di alto livello. Sarebbe come arrivare all’Università direttamente dalle Scuole Medie, mancherebbe una base importante».

Alla luce delle situazione attuale, cosa pos­sono fare i vari attori del panorama ci­clistico (Federciclismo, squadre, tecnici) per migliorare il quadro generale?
«Direi che dobbiamo andare di più all’estero. So che è costoso. Servono mi­gliaia di euro per ogni trasferta. Sa­rebbe im­portante far disputare le corse a tappe ai giovani. Conosco la situazione, a volte i team faticano ad andare dalla Toscana alla Lombardia. Per questo come Federazione cerchiamo di venire incontro ai team gratificando alcuni atleti con la convocazione in Nazionale e portandoli a disputare gare di più giorni per aver un confronto di alto livello. Quello che vedo, rispetto ad anni fa, è che sono scomparse corse a tappe, come Giro delle Regioni, e il livello si è abbassato. Te­ne­te in considerazione che anche un professionista cambia passo quando mette nelle gambe un grande giro. Tut­te le Continental straniere hanno un calendario formato da tante corse a tappe. In Italia abbiamo corridori che disputano corse il sabato, la domenica e il martedi, ma non è la stessa cosa. Manca la programmazione che ti dà la possibilità di crescere, se il fisico ovviamente lo permette».

La federazione cosa fa per favorire la crescita?
«Abbiamo riportato in calendario il Giro Under 23 perché avevamo voglia di riproporre una corsa d’ alto livello. Il Giro diventa un obiettivo, uno stimolo, così come il Giro della Val d’Ao­sta. Faccio un esempio legato al running: se io vado a correre a piedi e non ho obiettivi, avrò stimoli diversi rispetto a uno che vuol proporre la maratona. Ecco, il Giro d’Italia aiuta una squadra a cambiare prospettiva».

Quali indicazioni le ha dato il Giro U23?
«Il livello degli stranieri è alto, atleti come Pavel Sivakov o gli australiani so­no al top. Noi abbiamo messo Ni­cola Conci nella top ten finale, Fabbro purtroppo è caduto, abbiamo vinto una tappa con Romano. Provate a dare uno sguardo al calendario di questi giovani big stranieri e vedrete che svolgono tutti un’attività importante».

I risultati sono stati in linea con le attese?
«Mi aspettavo qualcosa di più forse nelle volate, ma per il resto siamo in linea. Dobbiamo considerare che un anno fa sono diventati professionisti diversi ottimi corridori italiani. Altri co­me Conci e Cima passano adesso e speriamo che abbiano fatto la scelta giusta. Ci sono comunque nuovi talenti che stanno arrivando».

Ci può dare qualche nome?
«Fare nomi è difficile perché dobbiamo aspettare, proprio per il discorso che fa­cevamo poc’anzi.La no­stra idea è quella di te­nerli vicino a noi con degli stage mensili per Junior e U23, vo­glia­mo crea­re una collaborazione continua».

L’Italia si conferma sempre un grande vivaio?
«Abbiamo dimostrato ai Mon­diali juniores che siamo ancora vivi. In questa categoria non guardo mai le medaglie, ma se arrivano fanno piacere. Poi mi faccio delle domande e mi chiedo “abbiamo lavorano troppo”? In questo caso non penso, perché mi pa­re che si sia fatto tutto con criterio. Una volta appurato che uno è bravo, si de­vono fare programmi a lunga scadenza».

Il bilancio è quindi positivo?
«Direi di sì per gli juniores, mentre per Under 23 il 2017 è stato un anno di transizione. In pista, Villa e Salvoldi sono sempre una garanzia di qualità».

Crede sempre nella multidisciplinarietà?
«Pensiamo che sia la strada per migliorare tecnicamente e non solo. Le preparazioni sono cambiate e i pistard og­gi so­no competitivi anche nelle corse a tappe».

I programmi futuri?
«Programmi e criteri di convocazione ricalcheranno quelli di questa stagione. A inizio novembre ci ritroveremo con il Centro Studi e i tecnici e definiremo i dettagli».

Pietro Illarietti, da tuttoBICI di novembre
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