Amerigo Sarri ci ha lasciato all'età di 97 anni. Nato il 10 novembre del 1928 a Figline Valdarno, il papà dell'attuale allenatore dell'Atalanta Maurizio, si era dedicato al ciclismo subito dopo la conclusione del Secondo Conflitto Mondiale. Considerato passista scalatore con un discreto spunto veloce, ha vinto tantissimo tra allievi e dilettanti tanto da essere considerato una delle più belle promesse in campo nazionale. Terminato il secondo conflitto mondiale, nel 1946 inizia a correre come allievo e con la U.S. Figline Valdarno ottiene 9 affermazioni. Nel corso del 1953 passa di categoria come indipendente. Non ottiene nessun risultato di rilievo e nel pieno delle forze a soli 25 anni decide di appendere la bici al chiodo. Per ricordare Amerigo Sarri vi proponiamo un ricordo particolare che ci ha proposto Silver Mele. Buona lettura.
La bicicletta non dimentica mai i suoi uomini, la bicicletta ha una memoria diversa dagli altri sport. Non conserva soltanto i vincitori, le classifiche o le maglie conquistate. Custodisce soprattutto gli uomini. Quelli che hanno fatto della fatica uno stile di vita, del sacrificio una virtù e della parola data un valore assoluto.
Per questo la morte di Amerigo Sarri pesa molto più di quanto racconti una semplice notizia. Si è spento a 97 anni il padre di Maurizio Sarri. Ma insieme a lui se ne va anche uno degli ultimi testimoni del ciclismo che profumava di polvere, di officine, di pane e salite. Quello di Fausto Coppi, di Gino Bartali e di Gastone Nencini.
Amerigo non era semplicemente un ex corridore. Era uno di loro.
Quando il calcio lasciò spazio alle biciclette
La notizia della sua morte mi ha riportato immediatamente all'estate del 2017. Ritiro del Napoli a Dimaro: avevo portato con me mio padre Gigi, professionista tra il 1961 e il 1966, vincitore di una tappa al Giro di Svizzera e protagonista di tante grandi corse italiane. Seguiva gli allenamenti degli azzurri con il rispetto che appartiene agli uomini di ciclismo.
Mai una richiesta. Mai una foto. Mai un'invasione. Parlai di lui a Maurizio Sarri. Gli bastò sapere una sola cosa. «È stato un corridore».
Non volle aspettare. Ci fece chiamare in albergo. Erano da poco passate le due del pomeriggio, l'ora del riposo della squadra dopo una seduta massacrante. Intorno c'erano steward, controlli, dirigenti. Aurelio De Laurentiis attraversava la hall parlando al telefono di mercato e trattative milionarie.
Poi arrivò Maurizio. Ci venne incontro come si accoglie un vecchio compagno di squadra. Un'ora a parlare di Amerigo, Bartali e Gastone Nencini. Da quel momento il Napoli sparì. Sparì il calcio. Sparirono i moduli. Per quasi un'ora esistette soltanto il ciclismo.
Io e Valentino Tundisi, pedalatore innamorato prima che membro dello staff medico del Napoli, rimanemmo quasi in silenzio. Ascoltavamo. Mio padre e Maurizio parlavano come se si conoscessero da sempre. Vennero fuori i racconti di Amerigo, le sue vittorie da dilettante, il rimpianto per una carriera tra i professionisti durata troppo poco, gli allenamenti con Gino Bartali quando il campione passava da Figline Valdarno.
Poi arrivò un altro nome. Gastone Nencini. Il Leone del Mugello. Scoprirono di avere condiviso lo stesso amico. Fu uno di quei momenti in cui capisci che lo sport, quello vero, costruisce legami che resistono perfino al tempo.
Ecco perché Maurizio Sarri è così
In quel pomeriggio compresi una cosa che forse molti ignorano. Prima ancora del pallone, nella vita di Maurizio Sarri c'è stata la bicicletta. C'erano i racconti di Amerigo. C'erano le imprese di Bartali. C'erano le amicizie con uomini come Nencini. C'era una cultura sportiva che non parlava di sponsor o social network, ma di sacrificio, rispetto e lavoro.
Forse nasce proprio lì quel carattere asciutto, essenziale, quasi schivo che ha sempre accompagnato Sarri. Perché il ciclismo, prima ancora di insegnarti a vincere, ti insegna a soffrire. E chi cresce respirando quell'aria se la porta dentro per tutta la vita.
L'ultima pedalata
Amerigo Sarri aveva lasciato le corse a venticinque anni. Ma non aveva mai lasciato il ciclismo. Organizzava gare, seguiva i giovani, trasmetteva una passione che non aveva bisogno di riflettori. Era rimasto fedele fino all'ultimo a quel mondo che gli aveva insegnato tutto.
Oggi mi piace immaginare che abbia ritrovato mio padre Gigi. E che poco più avanti ci sia già Gastone Nencini. Tre uomini. Tre biciclette. Nessun traguardo da conquistare. Solo una strada che continua.
Magari con Bartali che si ferma ancora una volta a salutarli. Perché il ciclismo ha una memoria ostinata. Non dimentica i suoi campioni. Ma, soprattutto, non dimentica mai i suoi uomini.
per approfondire la storia di Amerigo Sarri, rileggi l'articolo del nostro Giuseppe Figini
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