Una corsa può avere i soldi e, nello stesso momento, non avere i soldi. Sembra un paradosso, ma è probabilmente una delle questioni economiche meno comprese del ciclismo professionistico contemporaneo. E forse anche una delle più importanti.
Nel precedente intervento abbiamo descritto la crescente distanza tra gli obblighi che gravano sugli organizzatori e i tempi con i quali molte delle risorse necessarie per sostenerli diventano effettivamente disponibili. Il passo successivo, che ora proviamo a chiarire, consiste nel dare un nome economico al problema. Quel nome è capitale circolante. Non stiamo parlando, almeno non necessariamente, di corse in perdita. Stiamo parlando di manifestazioni che possono avere un piano economico equilibrato, contributi pubblici già assegnati, sponsorizzazioni sottoscritte e ricavi programmati sufficienti a coprire i costi, ma che devono anticipare una parte rilevante delle uscite prima di poter materialmente disporre delle entrate. Ed è una differenza enorme.
Il regolamento UCI rende il problema particolarmente evidente. L'articolo 1.2.076 dei UCI Cycling Regulations, Parte I, nella versione di febbraio 2026, stabilisce per le principali categorie professionistiche su strada che l'indennità di partecipazione dovuta alle squadre debba essere pagata entro trenta giorni dall'emissione della relativa fattura, che può essere validamente emessa dal giorno successivo alla conclusione della gara. In caso di ritardo ingiustificato sono previsti interessi moratori del 15 per cento annuo e, ricorrendo le condizioni previste dal regolamento, ulteriori penalità, le squadre non possono diventare i finanziatori involontari degli organizzatori. Ma proprio per questo nasce la domanda che il sistema dovrebbe cominciare a porsi: se non deve finanziare il team, chi finanzia l'organizzatore?
Prendiamo un esempio puramente illustrativo. Immaginiamo una corsa con un costo complessivo di un milione di euro e risorse già formalmente individuate per lo stesso importo. Se nei trenta giorni successivi all'evento devono essere pagati 750 mila euro tra squadre, alberghi, produzione televisiva, sicurezza, servizi tecnici, personale e fornitori, mentre a quella data sono stati effettivamente incassati soltanto 300 mila euro, quella corsa non presenta un disavanzo economico di 450 mila euro; presenterà un fabbisogno finanziario temporaneo di 450 mila euro.
La distinzione non è semantica, è pura economia aziendale. Se i restanti 700 mila euro arriveranno nei mesi successivi, il conto economico della manifestazione potrà chiudersi perfettamente in equilibrio, ma qualcuno dovrà avere finanziato, nel frattempo, quei 450 mila euro. Storicamente quel qualcuno è stato spesso l'organizzatore stesso: patrimonio proprio, affidamenti bancari, anticipazioni dei soci, rapporti consolidati con fornitori disponibili ad attendere. È un modello che diventa progressivamente più fragile quando aumentano sicurezza, produzione televisiva, logistica, servizi sanitari, strutture di partenza e arrivo, personale specializzato, adempimenti UCI e standard organizzativi.
C'è un dato italiano che merita particolare attenzione: il 10 marzo 2026 il Consiglio di amministrazione di Sport e Salute ha assegnato alla Federazione Ciclistica Italiana 2,5 milioni di euro per il progetto «Organizzazione gare ciclistiche professionistiche di livello nazionale», prevedendo che le medesime somme siano riconosciute alla Lega del Ciclismo Professionistico.
La stessa deliberazione dispone però che il contributo venga erogato in tranche trimestrali, in ragione delle tempistiche con cui Sport e Salute incassa a propria volta il contributo statale dedicato. È un particolare apparentemente amministrativo che racconta invece moltissimo. Una risorsa può essere stanziata, assegnata e avere una destinazione perfettamente individuata senza essere ancora materialmente disponibile. Il tempo dello stanziamento non è necessariamente il tempo della cassa, è esattamente ciò che accade lungo una parte significativa della filiera organizzativa.
La risposta non può essere chiedere ai team di aspettare, sarebbe sbagliato e la risposta non può nemmeno essere: chiedere alla Pubblica Amministrazione di rinunciare ai controlli, alle garanzie o alla rendicontazione. Occorre costruire un ponte finanziario fra questi due tempi.
Una prima possibilità sarebbe prevedere, nei programmi pubblici destinati alle manifestazioni ciclistiche, una quota di anticipazione successiva all'atto di concessione, naturalmente subordinata alle condizioni e alle garanzie richieste dal soggetto finanziatore. Una seconda strada potrebbe essere un fondo rotativo della Lega o del sistema federale. Non un nuovo contributo a fondo perduto, ma capitale temporaneamente disponibile: il fondo anticipa una quota delle risorse necessarie all'organizzatore che possiede determinati requisiti e viene ricostituito quando arrivano contributi o ricavi già formalmente acquisiti. Ancora più interessante potrebbe essere una convenzione nazionale con uno o più istituti finanziari per anticipare crediti già sorti, sufficientemente documentati e giuridicamente cedibili. Factoring e anticipazione bancaria cesserebbero così di essere strumenti negoziati individualmente dal singolo organizzatore e diventerebbero strumenti di sistema, costruiti sulle caratteristiche specifiche del ciclismo professionistico.
Esiste, a dirla tutta, una quarta possibilità: un fondo di garanzia. Questa possibilità è forse quella con il maggiore effetto moltiplicatore. Federazione, Lega o altro soggetto istituzionale non dovrebbero necessariamente mettere a disposizione l'intero capitale necessario. Potrebbero garantirne una quota, facilitando l'accesso al credito degli organizzatori economicamente sostenibili ma temporaneamente esposti sul piano finanziario. Naturalmente nessuno di questi strumenti dovrebbe trasformarsi in un meccanismo per tenere artificialmente in vita organizzazioni strutturalmente insolventi. Occorrerebbero criteri rigorosi: contributi formalmente concessi o crediti sufficientemente certi, bilanci verificabili, regolarità dei precedenti pagamenti, budget attendibile, limiti all'anticipazione e adeguati parametri di sostenibilità.
La questione è tutta qui e si sostanzia nella differenza tra assistenza e politica industriale. La prima copre una perdita, la seconda interviene su un'imperfezione finanziaria di un'attività economicamente sostenibile e capace di produrre valore. Non è casuale che proprio nel 2026 l'UCI abbia avviato una consultazione internazionale sul futuro del ciclismo professionistico indicando espressamente tra i temi il modello economico. La fase di raccolta dei contributi si è conclusa il 30 aprile e una prima sintesi è già stata sottoposta agli organismi del ciclismo professionistico, in vista della definizione delle linee di una possibile riforma. Forse una parte di quella discussione dovrebbe partire anche da qui.
Abbiamo costruito regole per garantire che le squadre vengano pagate. Giusto. Abbiamo aumentato gli standard di sicurezza. Giusto. Chiediamo produzioni televisive migliori, professionalità, servizi, sostenibilità e qualità organizzativa. Ancora una volta: giusto! Ma se vogliamo che tutto questo continui a esistere dobbiamo porci anche una domanda meno spettacolare e molto più concreta: chi finanzia i sessanta, novanta o centottanta giorni durante i quali una corsa ha già sostenuto i propri costi ma non ha ancora incassato tutte le proprie entrate?
Perché il futuro del ciclismo non dipenderà soltanto dalla capacità di trovare più soldi. Dipenderà anche dalla capacità di fare in modo che i soldi che già esistono siano disponibili nel momento in cui servono.
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