A ricordargli dell’anniversario ci pensano gli altri. Lui, Gianni Bugno, il 6 settembre è dalle parti di Peccioli, Toscana, per una ciclo-turistica. E a quella domenica, anche nel ’92 il 6 settembre cadeva di domenica e faceva caldissimo, non aveva proprio pensato.
«Qualcuno mi ha fatto presente che cadeva il 34esimo anniversario della mia vittoria del Mondiale, allora sì ho ricordato quel giorno, quel momento. Per me era stata una vigilia quasi dietro le quinte, partecipavo alla rassegna da campione in carica dopo il titolo a Stoccarda dell’anno prima, ma le punte della Nazionale italiana erano altre».
Nelle ore precedenti alla corsa diciamo che le attenzioni erano sui tuoi compagni.
«Ho in mente il momento preciso dopo la fine della riunione con il ct Martini il sabato pomeriggio. C’erano i giornalisti lì pronti per fare le domande, non c’era come oggi la conferenza stampa. E tutti si avvicinavano ai corridori che interessavano. Io passai e mi defilai. Nessuno sembrava darmi delle chances. Nessuno mi avvicinò».
Andò diversamente in gara, guizzo finale con volata.
«Avevo un ruolo da jolly, nessun incarico specifico. Martini mi disse di fare la mia corsa e poi avremmo visto in corso d’opera. Chiappucci era in forma e poteva inventare qualcosa. Bisognava stare attenti ai francesi con leader Jalabert e poi c’era il grande favorito, Indurain, che correva in casa. Era l’uomo del giorno, del momento: aveva fatto la tripletta, Giro, Tour e campionato spagnolo. Alla fine invece, a gruppo piuttosto nutrito grazie anche e soprattutto al lavoro dei colombiani, ho capito di avere una possibilità grazie anche al grande lavoro di Perini».
Martini, Perini, Chiappucci: attori di quel film a Benidorm.
«Alfredo era un padre, sapeva leggere dentro di noi, mettere d’accordo teste diverse con casacche spesso da avversari durante l’anno, ma uniti in quella unica giornata. E allora, tutti – con addosso la maglia azzurra – davamo il massimo, felici e orgogliosi di rappresentare la nostra Nazione. Chiappucci andava forte, senza schema, poteva inventarsi qualsiasi cosa e Perini un gigante quel pomeriggio nella demolizione dei 7 francesi che pensavano di vincere».
Hai sempre sottolineato il valore della maglia azzurra, a casa ne hai conservata una?
«Zero, regalato tutto. Non mi piace vivere di ricordi, ma dentro di me so che la maglia azzurra resta il più grande orgoglio: è per sempre. E da qualche tempo guardo il mondo del ciclismo da spettatore; in tv i grandi giri, le classiche, nessun ruolo federale. Ma in bici vado ancora, per la salute. Quando riesco, anche tutti i giorni un’ora, un’ora e mezza».
Ciclismo e volo, le tue grandi passioni. Come andiamo a percentuali?
«25 anni ciascuno, quindi in parità. Più qualche anno da giovane, da ragazzo. Ecco questa è la mia vita».
Spettatore del mondo del ciclismo, ma con occhio critico. E si avvicinano i Mondiali, a fine mese, in Canada
«Senza Pogacar è una grande occasione per gli altri: Evenepoel, Van Aert, Van del Poel, Del Toro. E noi tifiamo per Finn, giovane, al primo anno. E a proposito di giovani, per me tutti i ragazzi dovrebbero correre fino ai 21 anni e poi passare. La formula dell’U23 non mi piace, tutti devono avere la possibilità di gareggiare con i coetanei, di maturare, di studiare e nello stesso tempo di andare in bici. Non è giusto farli passare troppo presto, si rischia di perdere qualcuno per strada»,
Allora forza Azzurri, forza Finn.
«Auguro di ripetere la mia domenica di 34 anni fa, non avevo i pronostici dalla mia parte e poi ho saputo farmi trovare pronto. Con la maglia azzurra si può sognare».
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