PROFESSIONISTI | 05/07/2017 | 07:11 C’è un italiano che al Tour ha già cominciato a vincere. È Davide Bramati, 49 anni compiuti il giorno della partenza per Düsseldorf, un compleanno passato praticamente fra aeroporto, macchina e raduno con la squadra («mi sa che l’anno prossimo niente Tour, vorrei fare una bella festa, oh, cinquant’anni si compiono una volta sola»).
Il direttore della Quick Step ha eguagliato in ammiraglia i Tour de France corsi in bicicletta (sei), e può raccontarci come cambia la vita quando passi dall’altra parte. «Da corridore hai stimoli diversi, corri per la squadra ma anche per te, pensi a fare il meglio e sei messo nelle condizioni di fare il meglio. Devi pensare soltanto a correre. Quando fai il direttore in testa hai soltanto il bene dei tuoi corridori. E’ molto diverso. Una cosa è sicura, scrivila pure: in macchina si fa meno fatica».
Prima tappa in linea e prima vittoria della Quick Step con Marcel Kittel. E con Fabio Sabatini che, dietro, ha esultato a braccia alzate ancora prima che il suo compagno tagliasse il traguardo. «Quest’anno abbiamo un bel gruppo. Fabio è l’ultimo uomo per Kittel, fa un ottimo lavoro». Matteo Trentin è stato il migliore degli italiani nella crono, lo stesso Trentin che quattro anni fa fece piangere Brama in ammiraglia. «Sì, quello è uno dei momenti indimenticabili dei miei Tour. Era giovanissimo, era entrato nella fuga, mi ascoltò, riuscì a rimanere calmo e fece una grande volata. Un capolavoro. E vincere con un italiano al Tour è sempre speciale».
Su internet i video di Bramati in ammiraglia - lui che contemporaneamente guida, prega in italiano, guarda la tappa in tivù, frena, curva, chiude gli occhi, si sbraccia, urla in inglese, sussurra in francese - sono cliccatissimi. Quello della tappa di Lione 2013, con lui che nell’ultimo chilometro non fa che parlare con Matteo Trentin, «dài, sei il migliore, the best, puoi vincere, you can, vinci!», e finisce con un ruggito «go, go, go, sì, sì», è anche più emozionante della volata stessa.
Riavvolgiamo il nastro, torniamo al primo Tour di Brama. Era il 1993, uno dei tanti dominati da Miguel Indurain. Davide correva nella Lampre-Polti. «Arrivammo a Parigi soltanto in quattro, io, Abdujaparov, Outschakov e Bortolami. Ma vincemmo tre tappe con Abdu, e la maglia verde a Parigi. Io e Bortolami eravamo i giovani, non andammo male. Mi ricordo che prima di partire tutti mi dicevano: è dura, vai a tutta, e io così feci. Avevo venticinque anni, ero un bambino».
Tre anni più tardi, nel Tour di Riis, Brama se ne tornò a casa alla sesta tappa. «La prima fu una settimana dura, pioggia, freddo, mi ammalai». Poi il passaggio alla Mapei. «Con quella maglia altri due Tour. Il primo nel ’99, con Tonkov uomo di classifica. All’improvviso però morì suo suocero, e Pavel tornò a casa. A quel punto tutta la squadra corse per Nardello, che si piazzò settimo alla fine nonostante una caduta nell’ultima crono. Vincemmo una tappa con Steels, che rimase in classifica fino alla fine per la maglia verde. In quel gruppo nacque l’amicizia con Peeters e Steels, che adesso sono miei colleghi alla Quick Step. Il ciclismo è uno sport di squadra ma è anche un viaggio, un grande circo che si muove, una carovana che viaggia tutta assieme. Nascono legami forti, belli. E la squadra è una grande famiglia: corridori, direttori, massaggiatori, meccanici». Si parla la stessa lingua: sacrificio, fatica, traguardi comuni, vittorie e sconfitte. «Quando siamo noi tre, io, Peeters e Steels, capita che parliamo in italiano, perché loro l’hanno imparato bene. Ma la lingua ufficiale è sempre l’inglese. Il fiammingo? E’ una brutta bestia: qualcosa capisco, ma non mi azzardo a fare discorsi».
Altro Tour, siamo nel 2001, sempre alla Mapei e sempre nell’età di Armstrong. «Eravamo una gran squadra, con Bartoli, Bettini, Garzelli, Zanini. Ma non portammo a casa neanche una tappa. Tornai al Tour due anni dopo, nel 2003, la mia prima stagione alla QuickStep. «Fu un buon anno. Vincemmo una tappa con Virenque, che quel giorno prese la maglia gialla e arrivò a Parigi con la maglia a pois. Andò molto peggio l’anno dopo. Avevo speso tanto nelle prime due settimane, ero stressato, arrivai alla cronoscalata dell’Alpe d’Huez con la paura di finire fuori tempo massimo, e infatti andò così. Mancavano quattro tappe a Parigi, fu il mio ultimo Tour da corridore».
Adesso Brama deve pensare per tutta la squadra. A partire dall’uomo di classifica, Daniel Martin. «Ha fatto un grande Delfinato. Al Tour l’anno scorso si è mosso bene, quest’anno ha ancora più convinzione. Ma su tre settimane ci vuole anche fortuna». Il percorso non è complicato. «Sulla carta no. Ma io dico che la durezza del percorso la fanno i corridori. Qualche tappa importante c’è, ci sono il Galibier, l’Izoard, e comunque al Tour i trabocchetti sono dappertutto». Kittel a parte, sono diversi i corridori dalla QuickStep che possono puntare a una tappa. «Trentin sta bene, e al Tour ha già vinto due tappe. Poi c’è Brambilla, che l’anno scorso ha vinto sia al Giro, sia alla Vuelta. Ripetersi al Tour sarebbe il massimo, di sicuro ci proveremo».
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