L'ORA DEL PASTO. IL SIGNOR G - 2

PROFESSIONISTI | 06/05/2017 | 08:48
Da piccolo era così rugbista – rugbista come tutti i gallesi – che alla prima corsa, sotto i pantaloncini da ciclismo, indossava un paio di mutande come si fa nel rugby e non osava radersi i peli delle gambe. Oggi, dorsale 179, capitano – con Mikel Landa – di Sky, Geraint Thomas, il signor G, è molto più italiano di quello che sembri: tre anni nella Barloworld di Claudio Corti, e poi una vita in gruppo, sono stati sufficienti per inquadrarci. Ed ecco quello che pensa (e che scrive sul suo “The World of Cycling According to G”) dell’Italia e degli italiani.

Innanzitutto, quattro comportamenti-chiave: “Primo: emozioni straripanti quando si taglia il traguardo, sia da vincitore sia da sopravvissuto nel gruppetto. Secondo: raccontare della mamma, della famiglia o del fan club nelle interviste dopo la corsa. Terzo: lamentarsi un po’ dopo una caduta, quasi come i compatrioti calciatori dopo un duro contrasto. Quarto: giù dalla bici, preferire i jeans colorati e le giacche a piumino”. Più tardi ne individua un quinto: “I corridori italiani, se piove, non si allenano”. Diverso per un corridore gallese: “La pelle, diceva il mio primo tecnico, è idrorepellente”.

Il signor G racconta di Enrico Gasparotto, suo compagno nella Barloworld, “che amava una birra o cinque”, e di Salvatore Puccio, suo compagno in Sky, “che ama piatti di pasta delle dimensioni di un vulcano”. Sostiene che “non si può combattere lo stile italiano. I corridori sono sposati al metodo del passato, e grande rispetto deve essere dato a queste tradizioni. Bistecche a colazione, alla maniera di Gianni Bugno. Mai un cappuccino dopo mezzogiorno – è roba da colazione. Tartine di marmellata dalle strane forme nelle loro tasche posteriori invece di barrette e gel. Un frullato per il recupero? Macché, va bene un panino con il tonno. Pasta e pollo nello stesso piatto? Mai”. Aggiunge che “alla Barloworld eravamo pieni di queste regole da idiosincrasie. Niente funghi, facevano male allo stomaco. Niente dolce, anche se un chilo di mozzarella andava bene. E niente birra, ma un bel bicchiere di vino anche di alta gradazione alcolica. C’era un corridore così superstizioso che, durante l’allenamento, se un gatto nero attraversava la strada, girava la bici e tornava a casa”.

Il signor G pensa che “c’è qualcosa di speciale e diverso circa l’estetica ciclistica degli italiani. Amano il corridore appariscente. Adorano l’attacco vistoso. E se tu combini le due cose e un corridore appariscente fa un attacco vistoso, la nazione cade alle sue ginocchia. Non importa se l’attacco è destinato all’insuccesso. Anzi, si considera quasi ideale l’attacco destinato all’insuccesso. Dà un colore romantico in maniera ancora più attraente. E più il glorioso attacco kamikaze parte da lontano, più entusiastica sarà la risposta della gente. Pensate a Gino Bartali e a Paolo Bettini. Non c’è nulla di così mortale e glorioso come la morte e la gloria. E la tradizione va avanti. Nella Milano-Sanremo 2014, Vincenzo Nibali attaccò sulla Cipressa. Non ha mai funzionato. Nibali lo sapeva. Sapeva anche che non aveva le gambe per fare qualsiasi altra cosa nella corsa, per quello fece quel gesto grande e futile. E i tifosi lo amarono”.

Il signor G è affascinato dalla mentalità italiana: “Hai un dolore al ginocchio? Devi andare da un uomo a Pistoia, è il migliore. E quando arrivi a quell’indirizzo, scopri un vecchio ragazzo che ti visita fuori dalla sua stanza da letto”. “Il massaggio dopo la corsa. Pratico? Non ne sono sicuro. Teatrale? In un certo senso sì, ma anche abbastanza orchestrale, con il massaggiatore che muove le mani con gli stessi gesti di un direttore perduto nella passione per un’opera di Puccini… E una quantità enorme di olio… Tanto che, alla fine, non sai più se sei un corridore o un’insalata”. “E mangiare dopo la corsa. La prima volta che ho gareggiato in Italia è stato in una corsa su pista a Fiorenzuola. A cena, al bar, mi hanno portato una pasta così buona che sembrava fatta dagli angeli, e una bistecca della mucca personale dell’arcangelo Gabriele”.

Il signor G è attento: osserva, registra, sottolinea. Anche con elegante ironia. Ha un sogno rosa. Lo vivremo insieme.

(fine della seconda puntata – fine)
 
Marco Pastonesi


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