L'ULTIMA FUGA DI NELLO SFORACCHI

LUTTO | 10/10/2016 | 18:49
Il suo segreto, amava raccontare, erano le uova. Non nella quantità (ventisei?, ventotto?, trenta?), come quelle trangugiate da Alfredo Binda nell’apocalittico e per lui trionfale Giro di Lombardia del 1926. Ma nella qualità: raccolte in un pollaio vicino al castello di Viano, nel Reggiano, del Trecento, e poi sbattute con lo zucchero fino a farne zabaione.
Oggi, a Magny Les Heareux, vicino a Parigi, è morto Nello Sforacchi. Aveva 94 anni. Era nato a Rondinara di Scandiano (Reggio Emilia), il 9 aprile 1922. Da povero, aveva scelto lo sport povero per i poveri, ma anche lo sport dei sognatori e degli esploratori: il ciclismo. Professionista dal 1947 al 1959, gregario con licenza di fuga, una manciata di vittorie, mille avventure da ricordare e raccontare. Quando da ragazzo lavorava al tornio, alle Reggiane, dove si costruivano gli aerei, e ad andare e tornare lo faceva su una Dei che gli aveva regalato il fratello. Quando su quella bici cominciò a diventare, giorno dopo giorno, un corridore. Quando nelle tasche della maglia da corridore infilava pane e noci, perché non aveva altro. Quando era diventato il pupillo di Pietro Scapinelli, conte di Leguigno e fuoriclasse dell’aviazione, dagli idrovolanti ai caccia, morto tentando un atterraggio di emergenza. Quando partecipò alla Seconda guerra mondiale, destinazione Russia, e riuscì miracolosamente a sopravvivere e tornare. Quando prese il via al Tour de France del 1948, il secondo vinto da Gino Bartali, nella squadra nazionale dei cadetti. Quando proprio in quel Tour alla terza tappa cadde, venne ricoverato in ospedale e fu costretto a ritirarsi, ma lui rimase in Francia, conobbe la sorella di un ex compagno di armi, proprio là, in Russia, e poi la sposò. Quando aiutò Hugo Koblet a inseguire e acciuffare il gruppo dei migliori in una tappa del Giro d’Italia del 1950, e poi Koblet, primo straniero a conquistare il Giro, lo ricompensò con generosità. Quando quasi per un’intera tappa spinse il suo capitano, Jean Robic, “Testa di vetro” e, quel giorno, anche gomme forate e gambe vuote.
Ogni tanto il vecchio Nello – con quel cognome che sapeva di forature e che suonava da vignetta di Altan - tornava a Reggio Emilia e dintorni, a respirare l’aria di casa, a vedere gli amici, a mangiare lo gnocco fritto, a ritornare, per qualche giorno, eterno bambino.

Marco Pastonesi



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COMMENTI
Ciao Nello!
11 ottobre 2016 13:31 glennpeter
Ciao Nello, Riposa in Pace. Condoglianze alla famiglia Sforacchi!

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