Jan Derksen, novant'anni di pista

| 23/01/2009 | 22:57
E' giusto fargli gli auguri a quest'ora, di sera. A giornali chiusi. Al tempo in cui si accendono a Berlino ed Amsterdam le luci delle 'sue' Sei Giorni. E' giusto fargli gli auguri, idealmente giri su giri, come fosse ancora lui lo starter, ad Jan Derksen, l'olandese, il monumento in vita della pista mondiale che compie oggi 90 anni. Una esistenza trascorsa sui velodromi del mondo, dal 1938 al 1964, Derksen fu un incredibile esempiio di longevità atletica, quasi in competizione con il connazionale Arie Van Vliet, come lui vittima degli eventi bellici. Derksen vinse a 19 anni, nel '39, a Milano il titolo mondiale di velocità dilettanti: in quella edizione, incredibile a pensarci bene, che vide appunto i bombardamenti impedire la volata per il primo e secondo posto, tra i professionisti, fra Van Vliet e Scherens... E fu capace di vincere, Derksen, passato nel rango maggiore, avversario dichiarato di Harris, Plattner e Richter, prima che si spalancasse in tutto il suo fulgore Maspes, i titoli dei professionisti nel '46 e nel '57. Già, nel '57, a Rocourt, proprio dinanzi al 'professore' Van Vliet. A 39 anni! E fu ancora quarto, Derksen, nel '60 e nel '62. Derksen, il più antico e l'unico sopravvissuto di quell'epoca della pista del Grande Spettacolo e della passione immensa, sarebbe poi diventato il manager ed il referente principe delle Sei Giorni. Con il cuore ad Amsterdam. Prima di cedere il timone ad un altro grande, di sport e di garbo, come Patrick Sercu. E' giusto fargli gli auguri, a Derksen, a quest'ora, di sera. Ma noi lo ricordiamo attore invece di giorno e della nostra giovinezza, nei criterium tipo pista a Napoli, su via Caracciolo, del 1 maggio. Una figura elegante, il sorriso del gentiluomo... Ce lo ricordava così anche Angelo Damiano, lo sprinter napoletano che vinse a Tokyo nel '64 l'oro olimpico nel tandem, con Bianchetto. «Un signore, quel Derksen, e chi se lo scorda, pensa che mi invitò a correre, io che ero tanto giovane ancora, la Sei Giorni di Montreal, e sai con chi, con Vito Taccone!». Un olandese che sceglie una coppia del Sud Italia, per fare felice, anni '60, la comunità dei meridionali emigrati in Canadà... Piccola, lontana, preziosa lezione di civiltà. Dal cuore enorme del ciclismo su pista. Nomade, ma nobile. Quel ciclismo che scavalcò il baratro della guerra e seppe illuminare di una modesta fantasia, ai ritmi di Derksen e Van Vliet, il nostro primo dopoguerra. Buona fine di secolo, Derksen. Gian Paolo PORRECA
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