Ieri, in pausa dal lavoro, ho inforcato la bici e ho raggiunto un punto senza persone sulla salita verso il Colle del Giovo per il passaggio del Giro d’Italia. Jonas Geens della Alpecin–Deceuninck, in fuga, mi ha lanciato una borraccia.
Un gesto semplice che nel ciclismo accade da sempre. Una mano che si apre per un istante mentre il corpo continua a salire sotto sforzo. Un oggetto che vola via dal drappello dei fuggitivi e finisce nelle mani di un tifoso fermo a bordo strada.
Da bambino guardavo le corse dalle transenne improvvisate, dai muretti, dai bordi delle salite. Aspettavo per ore pochi secondi di passaggio. E quei corridori mi sembravano uomini appartenenti a un’altra età della vita: già completi, già lontani, quasi irreali nella loro fatica.
Li guardavo come si guardano gli eroi quando si è bambini: senza misure.
Ci sono passioni che non crescono insieme a noi. Restano ferme da qualche parte dentro il tempo. Il ciclismo, per me, è una di quelle.
Oggi ho quasi trentun anni. Molti dei corridori che passano ne hanno dieci meno.
Anche Jonas Geens. Classe ’99.
Eppure il bambino ero ancora io, fermo sul ciglio della strada a guardarli passare con la stessa meraviglia di tanti anni fa.
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