LA BIODINAMICA INVISIBILE DEL CICLISMO: LA SCIENZA DIETRO LE TAPPE DI MONTAGNA

APPROFONDIMENTI | 16/01/2026 | 08:15
di Giovanni Di Trapani

Nel ciclismo di alto livello tutto sembra misurabile: watt, frequenza cardiaca, lattato, recupero. Eppure esiste una variabile cruciale che sfugge allo sguardo, non compare nei file di allenamento e non entra nelle telecronache, ma accompagna ogni tappa, ogni allenamento lungo, ogni stagione. È la colonna vertebrale. O, più precisamente, la sua capacità di comprimersi, recuperare e ricordare.


Chi pedala per ore lo sa per esperienza diretta, anche senza chiamarla per nome. Dopo una lunga tappa di montagna il corpo è diverso. Non stanco, non solo affaticato: diverso. La sensazione è sottile, ma reale. La schiena è più rigida, la posizione sembra “chiusa”, l’assetto che al mattino appariva naturale richiede aggiustamenti impercettibili. Non è suggestione. È biomeccanica. La letteratura scientifica descrive da decenni un fenomeno noto ma raramente raccontato nel ciclismo: la riduzione temporanea della statura dovuta alla compressione dei dischi intervertebrali. Già in condizioni normali, tra il risveglio e la sera, una persona può “perdere” uno o due centimetri di altezza. È un processo fisiologico: sotto carico, i dischi si disidratano parzialmente, si assottigliano e la colonna si accorcia. Durante il riposo notturno, in posizione supina, il carico si riduce, i dischi riassorbono liquidi e la statura viene recuperata.


Nel ciclismo professionistico questo meccanismo non solo è presente, ma viene amplificato. Per cinque o sei ore il corridore resta seduto, con la colonna in flessione, mentre il peso del corpo grava sulla sella e la muscolatura paravertebrale lavora in contrazione quasi continua. A questo si aggiungono le vibrazioni trasmesse dalla bici: asfalto irregolare, pavé, discese ad alta velocità. Il risultato è una compressione vertebrale più intensa e più prolungata rispetto alla vita quotidiana.

La colonna durante una tappa

In una tappa di montagna, le misurazioni biomeccaniche mostrano che la perdita temporanea di statura può raggiungere valori ben superiori alla media giornaliera. Non si tratta di millimetri simbolici, ma di una riduzione misurabile dell’ordine di alcuni centimetri, pienamente coerente con la durata dello sforzo, l’intensità e la postura mantenuta. Fin qui, nulla di patologico. Il corpo è progettato per deformarsi sotto carico e tornare alla forma iniziale. Il punto decisivo, però, non è quanto ci si “accorcia” oggi. È quanto di quell’accorciamento viene davvero recuperato.

La colonna vertebrale non è una molla perfetta. È un sistema viscoelastico. Questo significa che il recupero non è istantaneo né garantito al cento per cento. Se il carico è elevato e il tempo o la qualità del riposo non sono sufficienti, una parte della compressione discale può non essere completamente
riassorbita. Quella quota residua diventa lo stato di partenza della giornata successiva.

Compressione, recupero, residuo

Qui emerge un concetto cruciale, spesso trascurato nel racconto sportivo: la memoria meccanica del corpo. La colonna “ricorda” le giornate precedenti. Non in senso metaforico, ma fisico. I dischi intervertebrali conservano traccia del carico subito, e questa traccia influisce sulla risposta alla tappa successiva. Le analisi longitudinali mostrano che la perdita di statura in una giornata non dipende solo da ciò che accade in quella giornata. Dipende anche da ciò che è rimasto irrisolto il giorno prima.

È un effetto cumulativo, silenzioso, che non esplode in un infortunio acuto ma si stratifica nel tempo. Ancora più interessante è il fatto che non tutti i ciclisti reagiscono allo stesso modo. A parità di watt, di chilometri e di dislivello, alcuni atleti recuperano rapidamente e tornano ogni mattina a una condizione meccanica quasi neutra. Altri, invece, mostrano una maggiore sensibilità all’accumulo: ogni residuo pesa di più, ogni giornata “si porta dietro” qualcosa.

Profili di risposta individuale

Questa differenza non ha nulla a che vedere con la forza mentale o con la dedizione. È legata a fattori strutturali: morfologia vertebrale, idratazione dei dischi, tono muscolare, storia di carico. In altre parole, la colonna vertebrale non è uguale per tutti, e il ciclismo di alto livello rende visibile questa diversità. Nel tempo, la ripetizione di micro-compressioni non completamente recuperate può contribuire a spiegare fenomeni noti ma raramente quantificati: la rigidità lombare cronica di molti ex professionisti, la difficoltà a mantenere posture prolungate dopo la carriera, la sensazione di “schiena consumata” che emerge anni dopo il ritiro. Non è il risultato di una singola tappa estrema, ma di migliaia di giornate in cui il corpo ha funzionato perfettamente, senza mai rompersi, ma accumulando piccole variazioni.

È anche per questo che alcuni team di alto livello monitorano l’assetto in momenti diversi della giornata e prestano attenzione maniacale al recupero, allo stretching, alla qualità del sonno. Non per evitare la compressione – che è inevitabile – ma per chiudere il ciclo compressione–decompressione il più possibile. La vera chiave di lettura, allora, non è drammatica ma profondamente sportiva. Il ciclismo non “rovina” il corpo. Lo modella. E lo modella ogni giorno, in modo reversibile o cumulativo a seconda di come viene gestito il recupero. La perdita temporanea di statura non è un problema in sé. Diventa rilevante quando smette di essere temporanea.

Alla fine, la frase che meglio sintetizza tutto questo non viene da un laboratorio, ma dall’esperienza: la bici resta uguale, tu no. E non perché invecchi o perdi forma, ma perché il tuo corpo è un sistema che risponde, si adatta e conserva memoria. Nel ciclismo professionistico, la vera prestazione non è solo andare forte oggi. È arrivare domani con un corpo che ha davvero recuperato da ieri.

Prof Giovanni Di Trapani, ricercatore CNR


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COMMENTI
Grazie prof. Di Trapani
16 gennaio 2026 11:44 Gnikke
Complimenti ottimo articolo veramente!
Le argomentazioni riportate si riferiscono anche a problematiche fisico-metaboliche che si verificano nel lungo termine. Io, senza invadere il campo del professore, mi permetto di segnalare in breve alcune variabili che influiscono nel complesso ciclo “compressione-decompressione”.
L’età degli atleti. Ovviamente, da più giovani si ha un recupero migliore e più veloce, soprattutto se, fin da subito, un tecnico che si occupa del corridore lo aiuta a instaurare una postura corretta.
L’intensità degli sforzi nelle varie giornate di corsa. In un GT, le tappe piatte, quelle una volta definite “di trasferimento”, consentono in qualche modo di modulare le sollecitazioni in modo da ripristinare più velocemente le energie in vista dell’indomani. Così come l’impegno, le prospettive, gli obiettivi diversi di un capitano rispetto a un comprimario cambiano lo stress fisico nelle varie giornate e nelle varie occasioni di corsa.
La presenza di precedenti traumatismi. L’elasticità e la biomeccanica della colonna vertebrale (nonché di altri distretti corporei) può essere condizionata dagli eventi traumatici in modo tale da non riuscire a recuperare come e quanto prima.
Tutti quei fattori anche psicologici che possono influenzare il riposo notturno. Se dormi male il giorno dopo pedali peggio!
Diciamo che tutti questi elementi, di ordine fisiologico, costituiscono la prima causa della differenza tra i campioni e i corridori normali!

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