GLI 86 ANNI DI FRANCO BALMAMION, IL RE SILENZIOSO DEL GIRO D'ITALIA

COMPLEANNO | 11/01/2026 | 11:31
di Silver Mele

Ci sono uomini che vincono senza bisogno di applausi. Uomini la cui grandezza non si misura in titoli o trofei, ma nella coerenza, nella dignità, nella semplicità con cui affrontano la vita. Franco Balmamion è uno di loro. Oggi spegne 86 candeline, e ogni volta che sento la sua voce, rivedo Gigi, mio padre, e la straordinaria amicizia che li legava: un legame fatto di gesti silenziosi, di fiducia, di rispetto reciproco. Parlare con Franco è ancora parlare con Gigi.


Franco non era un campione appariscente. Non cercava lo spettacolo, non inseguiva i riflettori. Eppure, in quegli anni, con la regolarità di un orologio svizzero, ha conquistato due Giri d’Italia consecutivi – nel 1962 e nel 1963 – senza mai vincere una singola tappa. Un’impresa che oggi sembra impossibile, ma che allora raccontava già tutto: la forza della costanza, la maestria di chi sa leggere la corsa, anticipare i movimenti, resistere e scegliere i momenti giusti.


Nato a Nole, nel basso Canavese, nel 1940, Franco era giovane ma con il senso della misura di un veterano. Dalla Milano-Torino che vinse al secondo anno da professionista al trionfo rosa della Lecco-Casale Monferrato, tutto nel suo percorso racconta equilibrio e lungimiranza. Non attaccava per farsi notare, non forzava la mano: andava avanti, giorno dopo giorno, pedalata dopo pedalata, fino a quando il risultato arrivava, silenzioso e meritato.

Era “L’Aquila del Canavese”, ma un’aquila con il passo lieve. Non ha mai avuto bisogno di protagonismo, né in gara né fuori. Ecco perché, ancora oggi, Franco Balmamion, entrato di diritto nella Hall of Fame del Giro d'Italia, è il perfetto simbolo di un ciclismo antico: occhio lungo, rispetto, valore umano. Ha vinto con intelligenza, senza mai perdere la misura della vita, senza smarrire mai il senso del dovere verso la famiglia, la squadra, il pubblico.

E anche nelle rare sconfitte, come al Giro del ’64 o al Tour del ’67, Franco mostrava una lezione che vale più di una vittoria: la dignità. Non si lamentava, non cercava scuse. Continuava a correre, a dare il massimo, a rispettare la corsa, con tutte le sue regole non scritte. La sua carriera, lunga e misurata, lo ha portato tra i grandi senza mai tradire la sua natura: un campione discreto, ma indimenticabile.

«Ero lì davanti, mi bastava», raccontava in un’intervista, spiegando il suo modo di vivere la competizione. Mai sopra le righe, mai alla ricerca di applausi. Solo la Maglia Rosa, la fatica, il cuore. La sua carriera è stata un inno alla regolarità: una lezione di coraggio, di giustezza, di rispetto per sé stessi e per gli altri. E anche oggi, a 86 anni, Franco resta un modello, non solo per gli appassionati di ciclismo, ma per chiunque creda che la grandezza possa esistere anche senza luci accecanti.

Lo scorso anno, gli ho regalato la maglia del Napoli con il numero 10, quella dei fenomeni: quella di Diego, il più grande di tutti. Lui, tifoso del Torino, l’ha indossata con orgoglio, come un tributo silenzioso a un legame che attraversa generazioni e amicizie. E io ho capito ancora una volta quanto Franco sia stato grande: non solo per ciò che ha vinto, ma per il modo in cui ha vissuto, per i valori che ha lasciato, per la gentilezza e la misura con cui ha affrontato ogni giorno

Oggi celebriamo Franco Balmamion non solo come il più anziano vincitore del Giro ancora in vita, non solo come l’ultimo italiano a conquistare due Giri consecutivi. Lo celebriamo per la sua umanità, per la sua capacità di restare se stesso in un mondo che spesso corre troppo veloce. Auguri, Franco: il Giro, e noi che ti abbiamo conosciuto, non ti dimenticheremo mai.




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