Giro. La Rai spegne la poesia del ciclismo

| 21/05/2008 | 09:56
Una tappa di riposo, giusto per meditare. Il Giro d' Italia è affascinante, ogni tappa si snoda come un capitolo di un romanzo. Il paradosso è che ci sono i personaggi, i corridori, ma mancano i romanzieri. Come senti Auro Bulbarelli la poesia cessa d' incanto. Per questo, quando mi è possibile, seguo il Giro sulla tv svizzera, TSI 2, per godermi il commento di Armando Ceroni e Marco Vitali. Non so se il direttore di RaiSport Massimo De Luca li abbia mai sentiti: immagino di sì e immagino che ammetta la differenza tra una cronaca giornalistica e una cronaca da fiera paesana. Mi piace il Giro per Riccardo Riccò, per il suo modo esuberante e spavaldo di correre, per come sa accendere la corsa. Mi piace ancora di più, da quando Riccò ha sancito una verità sacrosanta: «Il Processo alla tappa è un supermarket». Qualunque cosa volesse dire, a prescindere. È una definizione azzeccata, di grande acume. Una volta, ai tempi di Sergio Zavoli, il «Processo» svolgeva una funzione sociale: raccontava l' epopea di un Paese che si rimetteva su due ruote per inseguire la modernità ma dava anche voce a chi non sapeva ancora usare la propria, svolgeva una funziona maieutica nei confronti di atleti che riuscivano a esprimersi solo con i pedali. Adesso il «Processo» non tiene conto che molti atleti sono molto più preparati dei giornalisti, e non solo dal punto di vista tecnico. Il «Processo» non racconta più nulla: il Paese gli passa sotto gli occhi e quelli se la suonano e se la cantano, continuano a interrogarsi sul treno della Milram che non fila più come ai bei tempi. Con tono impiegatizio Andrea Fusco, con tono adulatorio il redivivo Marino Bartoletti (ma non si era dato alla politica?). Non so cosa volesse dire Riccò, ma supermarket è un' immagine stupenda. Se il «Processo» cominciasse a processare se stesso capirebbe che i colpevoli non possono permettersi di fare i giudici. di Aldo Grasso dal Corriere della Sera del 20 maggio 2008
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