L'ORA DEL PASTO. I MULINI DI NELLO

STORIA | 24/12/2018 | 07:06
di Marco Pastonesi

Cinque uomini al comando: un lussemburghese, Charly Gaul, due francesi, Louison Bobet e Raphael Geminiani, e due italiani, Gastone Nencini e Nello Fabbri. E’ la quindicesima tappa del Giro d’Italia 1957, la Saint Vincent-Sion, 134 chilometri con il Gran San Bernardo. In caso di arrivo allo sprint, il più veloce – a occhio – è Fabbri. E Bobet, maglia rosa virtuale, gli promette aiuto. Ma in discesa, alla ruota di Nencini, fra muraglie di neve, a Fabbri scoppia la gomma posteriore. Il cambio-ruote non c’è. L’ammiraglia arriva dopo cinque minuti. Addio impresa.


A Nello Fabbri – nove anni da professionista tra Legnano, Bianchi e Ignis, sette vittorie e quell’impresa ancora rimpianta – sarebbe bastato non forare per entrare nella storia come “il principe di Roma”, e invece continuavano a chiamarlo “il Pennellone”, perché “alto e secco – parole della moglie Anna - e bello come un attore”. Gli avevano perfino proposto di partecipare a qualche film, “ma lui niente, era innamorato della bicicletta e del ciclismo”.


I Fabbri venivano da Sassofeltrio, tra Romagna e Marche: “Mio padre, Antonio, detto ‘Tognò’, un omone, occhi azzurri e capelli bianchi già a 22 anni, contadino, si trasferì in Lazio per lavorare alla bonifica pontina. Mia mamma, Luigia, faceva la cuoca”. Il matrimonio, a giudicare dai cognomi, era inevitabile: lui Fabbri, lei Ferri. “Cinque figli: Bruno, Giuseppe, Mario, io e Giovanni. Sono rimasto l’unico vivo”. La scuola sulla Cassia: “Elementari”. Poi il lavoro: “Garzone in una carrozzeria. Un giorno fui fulminato da una scossa di corrente 380, stramazzai a terra quasi morto, venni rianimato, resuscitai”. La prima bici: “Acquistata con i soldi guadagnati dal carrozziere. La tenni nascosta perché era un lusso, e non potevamo permettercela. Tant’è che mia madre, quando la scoprì, voleva ammazzarmi”. La prima sfida: “Al bar. Tutti contro tutti. Dimostrai di saperci fare”. La prima squadra: “La Lazio voleva ingaggiarmi, c’erano anche dei soldi. Ma da romanista preferii andare alla Roma. Mia madre, quando lo seppe, voleva ammazzarmi un’altra volta”. I primi allenamenti: “Sempre di nascosto. Per i miei genitori erano sprechi di di tempo, perdite di soldi”. La prima corsa: “Nel quartiere. Niente maglia, ma canottiera”. Le altre corse: “Andavo in bici alla partenza, correvo e tornavo in bici a casa. Fra tutto, certe volte pedalavo il doppio degli altri”. Il primo trionfo: “Campione italiano dilettanti nel 1953, per distacco, a Trieste. Come premio un paio di tubolari nuovi”.

Poi professionista: “Nella Legnano. Eberardo Pavesi, l’Avocatt, il direttore sportivo, parlava poco. Noi corridori romani eravamo poco considerati: e la colpa era dei toscani”. Le vittorie: “Alla Sassari-Cagliari del 1956 battei Giuseppe Pintarelli e Federico Bahamontes, al Giro di Toscana del 1956 sprintai su Cleto Maule e Guido De Santi, alla Milano-Torino del 1959 superai Guido Carlesi…”. E il lavoro: “Cominciai mentre correvo. Nel 1956 un negozio di caccia e pesca. Fabbricavo anche le cartucce. Poi un negozio di articoli sportivi. Eravamo i primi e per tanti anni gli unici della zona”. La Nazionale: “Fui selezionato nel 1955, poi mi fu preferito un corridore del Nord, feci la riserva e ci rimasi malissimo”.

Quello di Nello Fabbri era un altro ciclismo. Bartali? “Un parolacciaio”. Coppi? “Forte e affabile”. Cadute? “Una volta finii in un burrone”. Fontane? “Quelle della mia zona le conoscevo tutte”. Guai? “Tour de France, partenza, mi scappava la pipì, la feci lì, fui multato, protestai, mi spiegarono che c’era Charles De Gaulle”. Scherzi? “Miele o marmellata spalmati sulla pelle di daino dei pantaloncini dei miei compagni”. Nelle tasche? “Banane”. Nella borraccia? “Caffè e zucchero. Ero contrario alle pillole”. Allenamenti? “Uscivo da casa la mattina in bici e tornavo il pomeriggio o la sera”. Compagni di allenamento? “Un corvo”. Un corvo? “Lo aveva salvato, mi ci ero affezionato, lui di più. Quando uscivo, mi volava dietro, mi planava davanti, faceva inchiodare le macchine, gli ordinavo di tornare a casa, lui obbediva e poi cominciava ad aspettare che tornassi. Si nascondeva sotto gli armadi della cucina e gli piaceva pizzicare le caviglie delle donne”.

Fabbri abita a Roma, in un’oasi di verde e in un’atmosfera da Far West, fra cani e cavalli, Cassia e Cassia bis, nel cuore di una società di equitazione con maneggio battezzata Don Chisciotte. Perché Don Chisciotte? “Perché in tutta la mia vita ho lottato contro i mulini a vento”. Ruote, nel loro genere, anche letterario.

Buon Natale, Nello. E buon Natale a tutti.

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