Su tuttoBICI di marzo: Zorzoli parla dei certificati nel cicismo
| 24/06/2007 | 00:00 Il caso Pereiro, i dubbi su Landis al Tour, la vicenda costata lo stop dello junior Trentin alla vigilia del Mondiale cross di Hooglede-Gits. Il tema dei certificati medici nel ciclismo è all’ordine del giorno. Se n’è discusso anche il mese scorso in una riunione promossa a Parigi dalla commissione medica della Federazione francese, presenti i massimi esperti dell’antidoping. All’ordine del giorno il problema dei corticosteroidi, ma anche delle patologie asmatiche e degli altri casi in cui è necessario presentare una documentazione medica per correre.
Nell’occasione sono stati illustrati alcuni dati, su cui riflettere per elaborare proposte. Il più eloquente riguarda il numero di corridori (professionisti o élite) in possesso del certificato che consente l’uso di antiasmatici: su circa 600 atleti francesi o tesserati per squadre francesi, oltre 200 ne fanno uso (ossia il 35-40%). E il dato può essere indicativo per stabilire la diffusione del fenomeno a livello mondiale: oggi un corridore su tre ha in tasca il certificato. Troppi? Lo abbiamo chiesto a Mario Zorzoli, medico e consulente scientifico dell’Unione ciclistica internazionale.
La crescita esponenziale dei numeri, anche tra gli junior, è un segnale d’allarme?
«Il problema dell’asma da sforzo è una realtà in alcune discipline sportive, tra cui il ciclismo su strada. La respirazione ad alti volumi polmonari per un tempo prolungato; l’attività all’aria aperta, con l’esposizione a polline, smog e inquinamento; la presenza contestuale di allergie; le frequenti infezioni alle vie respiratorie superiori, con bronchiti e raffreddori: tutto ciò aumenta il rischio di sviluppare l’asma da sforzo, rispetto a chi lavora in ufficio o fa sport al chiuso. Il Comitato olimpico internazionale ha dimostrato che le percentuali sono più accentuate nel ciclismo, nello sci da fondo e nel nuoto, rispetto per esempio al calcio e al tennis».
Ma non c’è il rischio che il certificato diventi una scorciatoia?
«È chiaro che in alcuni ambienti c’è un abuso di questi farmaci, ma in presenza di una diagnosi di un centro universitario o di uno specialista pneumologo non può esserci contestazione. O stabiliamo che gli asmatici non possono praticare lo sport agonistico ad alto livello o ci abituiamo a convivere con i certificati. L’aumento di allergie e patologie asmatiche nella popolazione mondiale è provato, soprattutto in paesi come Gran Bretagna, Stati Uniti e Australia. E alle Olimpiadi è stato dimostrato che molti atleti sviluppano l’asma da sforzo prolungato dopo i vent’anni».
Il caso Pereiro ha fatto rumore, come lo giudica?
«Pereiro aveva dimostrato da tempo di soffrire d’asma. Era in regola sia con l’Uci sia con la Wada (l’agenzia mondiale antidoping): il suo certificato era stato accettato da entrambe. Il problema è nato perché in Francia ci sono procedure diverse. Lui pensava di essere in regola e non ha dato seguito alla richiesta dell’Agenzia antidoping francese (che in mancanza della documentazione l’ha dichiarato positivo al salbutamolo al Tour; ndr). Ma si tratta di un falso caso. E la nuova legge antidoping che entrerà in vigore in Francia, allineata al codice mondiale antidoping, eviterà che certe situazioni si ripetano».
Al Tour ha stupito la deroga a Landis per l’uso dei corticosteroidi: l’americano, poi risultato positivo al testosterone, se ne serviva per sopportare una necrosi all’anca destra, in seguito operata. Non c’è troppa permissività?
«La Wada ha deciso che il limite viene stabilito dal medico che fa la prescrizione. L’applicazione locale, se giustificata dal certificato, non può essere rifiutata. Per le applicazioni sistemiche decide invece un’apposita commissione. Landis al Tour ha dichiarato solo un’applicazione locale. Non mi risulta che gli sia mai stato dato l’ok per applicazioni sistemiche. È anche vero che è stato reintrodotto un limite massimo (30 nanogrammi per millilitro) oltre il quale si è positivi. Ma è difficile stabilire le equivalenze tra le diverse molecole dei corticosteroidi: stiamo studiando la maniera di definire limiti individuali, per distinguere con certezza tra un’applicazione sistemica e un uso locale, al fine di evitare frodi».
E il problema dell’uso dei corticosteroidi fuori corsa?
«Nel 2004, la Wada ha proposto di abolire completamente i corticosteroidi dalla lista dei prodotti vietati. E oggi il divieto riguarda solo le gare. Le agenzie nazionali e internazionali considerano i certificati abbreviati semplici formalità burocratiche che richiedono tempo e soldi. Le priorità nella lotta al doping sono altre: sul fronte dell’Epo e dell’ormone della crescita. Nessuno, poi, ha ancora provato scientificamente che i corticosteroidi aumentano la prestazione, pur essendo pericolosi per la salute. Ma sulla questione è probabile che si tornerà a discutere a novembre a Madrid, quando sarà varato il nuovo codice mondiale antidoping».
Perché non rendere pubblici i nomi dei corridori con il certificato?
«E perché farlo? La privacy impone che certe informazioni restino riservate. Questo vale anche per le diagnosi dei medici comuni. Anzi, dirò di più: in teoria il medico della squadra non avrebbe diritto di divulgare particolari sull’infortunio di un corridore, senza l’assenso di quest’ultimo. Figuriamoci un indice dei corridori con certificato. È impensabile».
Insomma, non si può fare proprio niente per limitare la diffusione abnorme del fenomeno?
«Per l’asma si potrebbe richiedere che la certificazione venga fatta sulla base di esami clinici obiettivi, molto più approfonditi di un semplice test sotto sforzo. Penso a un dossier con vari parametri, come per esempio la funzione polmonare, e la storia clinica del paziente. Ma per una tendinite non esiste soluzione».
da tuttoBICI di marzo a firma Luigi Perna
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