| 23/06/2007 | 00:00 Quando gli strumenti hanno finito di sputare le loro analisi, i tecnici del laboratorio si sono guardati in faccia. Urine pulite, quelle dei quattro “big” testati con un’analisi supplementare dal Coni, su mandato della Procura antidoping, la sera del terribile Zoncolan. Ma “troppo” pulite. Osservando con attenzione il profilo steroideo dei campioni, veniva comunque fuori un qualcosa di anomalo, di difficilmente spiegabile: come se i tecnici si fossero trovati di fronte alla pipì di un bambino, e non dei quattro corridori più forti che solo poche ore prima avevano battagliato sulla salita più dura del Giro. Parliamo della maglia rosa di Di Luca, dello spagnolo Mayo, del giovane Riccò e di Simoni, il vincitore in cima al «mostro» della Carnia. Gli eroi della montagna e della salita più ostica che adesso tremano, perché, fossero comprovate le analisi anomale, salterebbe l’intero banco. Il vincitore e il quarto in classifica, mentre per altri due protagonisti – Petacchi (cinque successi) e il re delle salite, la maglia verde Leonardo Popoli, spalla delle vittorie di Riccò e Simoni – grava l’ombra del salbutamolo. Una quantità tale rinvenuta nelle loro urine (da 1.400 a 1.800 mg/ml) da rendere difficile ogni giustificazione terapeutica.
Al Coni sono settimane che chiedono alla federazione ciclistica internazionale chiarimenti. Vogliono tutti i report dei controlli effettuati nelle gare internazionali, per poter confrontare, assieme alla Wada, i profili steroidei dei corridori. Per fugare i dubbi, compreso quello che l’urina non sia dei corridori in questione. Una circostanza che – ove provata – metterebbe davvero in crisi, oltre il Giro, il già chiacchierato sistema antidoping dell’Uci. Se esistono intercettazioni dei Nas in cui corridori parlano disinvoltamente di ispettori amici (inchiesta “Oil for Drug”), è chiaro che la credibilità del sistema va a farsi benedire. Ma, fino a questo momento, la federazione internazionale non ha risposto. E allora al Foro Italico hanno deciso di reagire. A muoversi è il presidente Petrucci. Con una lettera cortese ma ferma, inedita nel panorama sportivo mondiale, si rivolge al presidente dell’Uci, Pat Mc Quaid. «Occorre operare in un’unica e condivisa direzione», dice alludendo all’attuale caos che penalizza la lotta al doping. Petrucci chiede tre cose. Innanzitutto la creazione di una task force (Coni-federazioni internazionali e Wada), che punti al controllo degli eventi internazionali sul territorio italiano, su cui – dice Petricci – il Coni ha la piena sovranità che gli deriva dalla Legge 376/2000. Quindi, Petrucci punta il dito sulle troppe esenzioni terapeutiche e sulla facilità con cui vengono accordate. Infine vuole che vengano condivisi i risultati dei test, cominciando da quelli dell’ultimo Giro.
Petrucci stigmatizza la «gestione scientifica» delle prestazioni: «finalizzata a mantenere i livelli fisiologici riscontrabili dai controlli antidoping all’estremo limite consentito». E prende di mira l’abuso delle esenzioni terapeutiche «che dà ormai l’immagine del ciclismo come un popolo di malati e dello sport più quale danno che come beneficio per la salute è l’integrità fisica». Per questo occorre «incidere sul sistema delle esenzioni». Ci vuole «rigore condiviso dei criteri per il rilascio di documentazioni che attualmente, in ipotesi, sembrano anche costituire, una facile esimente rispetto alla fattispecie penale vigente in Italia». Nel mirino l’abuso o l’uso «off label» di farmaci già stigmatizzato dal tas e dalla Cassazione nella sentenza della Juventus. Di più: al Coni vogliono vederci chiaro anche nella gestione dei test e delle analisi di laboratorio. Perché, dice Petrucci «l’attuale sistema è insostenibilmente limitativo se non addirittura ostativo, alla nostra riconosciuta capacità di disporre sessioni di prelievo, quanlitativamente e quantitativamente apprezzabili». Cosa succederà adesso? Petrucci chiede un vertice tecnico. Al Coni sembrano intenzionati ad andare fino in fondo. Ma non sembra ci siano tante scappatoie. L’Uci deve collaborare oppure sarà ben difficile organizzare gare internazionali in Italia in barba alla legge antidoping.
da «La Repubblica» del 23 giugno 2007, a firma Eugenio Capodacqua
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