STANGA. «QUESTO CICLISMO È MALATO, MA NON DA BUTTARE»
PROFESSIONISTI | 17/02/2018 | 07:10 Era andato lì con l’idea di fare qualcosa per il ciclismo, ma invece di prendere il ciclismo hanno preso lui, Gianluigi Stanga. Trent’anni da manager nello sport che ha nel Dna (definizione sua), e gli ultimi dieci anni passati a guardarlo da lontano, «sì che le seguo le corse, te l’ho detto che ce l’ho nel Dna».
Da tre anni Stanga è il responsabile per l’Italia delle sponsorizzazioni del gruppo internazionale GLS Enterprise, corriere espresso che fa capo a Royal Mail, le poste inglesi, e ha 150 sedi soltanto in Italia. «Sono nel calcio, con Atalanta, Bologna, Fiorentina, Torino e Lazio, e abbiamo fatto un accordo con la Lega di serie B per l’ospitalità in tutti gli stadi. E poi nel basket, nella pallavolo, nel golf, nella maratona. Li ho portati anche nel ciclismo: Milano-Sanremo, Lombardia, da tre anni la Milano-Torino parte dalla sede GLS, e per il secondo anno siamo sponsor del Giro d’Italia Under 23. Tutti gli sport sono belli e interessanti dal punto di vista della comunicazione. E il calcio è un fenomeno a sè: ha grande popolarità, una copertura televisiva impressionante. E per uno sponsor è molto più facile avvicinare i clienti, sai a che ora comincia, a che ora finisce e gli puoi anche offrire un pranzo allo stadio».
Nel Dna di Stanga però ci sono le biciclette e i corridori. E forse da fuori si capisce meglio che cosa c’è che non va nel ciclismo. Quando Lappartient è stato eletto presidente, a settembre, ha detto che la priorità dell’Uci è azzerare il doping meccanico. E’ davvero il primo problema? «Ultimamente mi sembra che i problemi siano più di uno, mettiamoci anche i motorini. Ma visto quello che è venuto fuori a Lucca, mi pare che anche a livello di dissuasione siamo ancora lontani dalla soluzione. C’è stata questa benedetta mondializzazione, ma alla fine si sono impoverite le nazioni storiche, la base».
Tornando ai motorini, lei pensa che ci siano professionisti che li usano? «Ormai non mi meraviglio più di niente. Anche se a livello di professionisti mi sembrerebbe un azzardo un tantino esagerato. Ma certo, chi aveva pensato a quello che è venuto fuori a Lucca? Io seguo un po’ i ragazzi della Colpack, e quello che vedo mi sembra a posto».
Dopo quello che abbiamo sentito e visto, il problema sono i dirigenti o i genitori? «I genitori hanno un ruolo fondamentale, non solo nel nostro sport. Vedo che tutti hanno enormi difficoltà a controllare i genitori. Abbiamo un problema culturale rilevante».
Da cosa nasce la crisi del nostro ciclismo? «Se vogliamo fare un po’ di storia, bisogna dire una cosa: quando è nato il Pro Tour aveva una logica ben precisa, e cioè far correre i corridori migliori e i migliori team nelle corse migliori, allo scopo di dividersi i proventi televisivi. Purtroppo però Patrice Clerc, che era il presidente dell’Aso, quando capì che avrebbe dovuto rinunciare a qualcosa in favore delle squadre si mise di traverso. Eravamo alla Parigi-Nizza, avevamo già deciso di non partire per protesta. Poi però le squadre francesi ruppero il fronte, dissero che sarebbero andate al via, e lì fallì tutto quanto. Io sono convinto che un circuito sulla falsariga di quello della Formula 1 avrebbe portato dei vantaggi. A distanza di anni il risultato è che i costi sono esorbitanti e il ciclismo si è impoverito. Si è puntato sull’attività internazionale, sulla globalizzazione, ma questo costringe le squadre ad avere 25-30 corridori, senza parlare dei mezzi e del personale, per andare a correre in Cina, in Argentina e in Oman. Però le corse che contano non sono quelle: ci sono voluti cent’anni perché la Roubaix fosse la Roubaix, e il Tour de France fosse il Tour de France. Ce ne vorranno altri cento perché il Dubai Tour sia così prestigioso».
Come andrà a finire il caso Froome? «Io l’ho vissuta in diretta con Petacchi una roba del genere. Le stesse cose che abbiamo detto noi dieci anni fa, adesso stanno cercando di provarle gli esperti di Froome, esattamente le stesse. Credo che dopo questa vicenda la Wada dovrà rivedere il protocollo, ma nello stesso tempo non credo che Froome possa cavarsela senza danni».
Cosa le piace del ciclismo di oggi? «Le belle corse sono sempre belle corse. Anche se magari nei grandi giri ci sono troppe tappe fotocopia. Ma quando comincia la corsa vera, è sempre uno spettacolo».
Ha qualche rimpianto? «No. Sono contento di quello che ho fatto. Sono stato nel ciclismo trent’anni, ho avuto ottimi corridori, ci siamo divertiti. E sono rimasto in ottimi rapporti con tutti, quando li vedo è sempre una festa».
Ce ne sarà uno che ha un posto speciale nel suo cuore? «Sì, ma te l’ha già detto Corti. Bugno. Con Gianni ho fatto sette anni, non si dimenticano. Ma di grandi ne ho avuti tanti. Fignon, Virenque, lo stesso Moser. Ho lavorato con dei signori corridori».
Le piacerebbe tornare nel ciclismo? O ci ha rinunciato? «Cosa vuoi, ci ho provato per un po’... Ma ormai stiamo parlando di cifre esagerate per il prodotto che si può proporre. Se pensi che dieci anni fa alla Milram avevo un budget di 6 milioni... Adesso per fare una squadra così ce ne vorrebbero almeno 20».
Quella era una bella squadrina. «Squadrina? Avevo Petacchi e Zabel, Terpstra e Astarloa. Ma adesso dove lo trovi uno sponsor per quelle cifre? In Italia gli sponsor istituzionali non si sono mai avvicinati al ciclismo, erano sempre aziende medio-piccole. C’è stato il periodo dei mobilieri, quello dei gelati. Ma le grandi aziende di telefonia, di assicurazioni, le banche, non si sono mai avvicinate al ciclismo. Con questo tipo di ciclismo mi sembra difficile che potremo rivedere una squadra italiana nel World Tour».
Il mondo degli altri sport, quello che c’è fuori, è migliore o peggiore? «Uguale. Ci sono i pro e i contro, come nella vita di tutti i giorni. Il segreto è non esaltarsi quando le cose vanno bene, e non demoralizzarsi troppo nel momento in cui vanno male. Lo sport assomiglia molto alla vita. Ed è sempre meglio che lavorare».
Si può tornare indietro? «Eh, ogni tanto ci penso. Bisognerebbe sedersi attorno a un tavolo e pensarci un po’. La federazione, gli organizzatori. Dovremmo ragionarci su».
La prima cosa da fare? «Bisognerebbe tornare alle top ten, con punteggi molto chiari: le prime dieci squadre hanno il diritto-dovere di partecipare alle migliori corse, le altre le sceglie l’organizzatore, e a quel punto può accontentare le squadre del suo Paese».
Serve a qualcosa diminuire il numero dei corridori al via? «Ma no, assolutamente no. I corridori cadono anche se partono in trenta, solo degli sprovveduti come questi dirigenti potevano pensare di risolvere qualcosa».
C’è un corridore che le piace più degli altri? Uno che prenderebbe subito se avesse una squadra? «Io di giovani bravi ne vedo. Mi aspetto sempre che Villella faccia qualcosa di buono. Consonni è un buon passista veloce. Uno che mi piace un sacco, che ha il carattere che dico io, è questo Moscon. Lui lo prenderei subito».
Visto da lontano, ma non troppo, dove sta andando il ciclismo? «Gli anni passano e sento sempre le solite cose, si cercano soluzioni spot ma una revisione decisa e totale non c’è. Però non disperiamo. Non bisogna stare lì a piangersi addosso, è meglio prendere coscienza di quello che c’è e cercare una soluzione».
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