NIBALI, LO SQUALO HA ANCORA FAME

PROFESSIONISTI | 23/12/2017 | 10:46
Lo squalo ha il suo delfino, che poi è suo fratello, il suo confidente, uno dei suoi punti di riferimento, sangue del suo sangue. Se non proprio il doppio, come nella copertina celebrativa dell’Oscar tuttoBICI 2017, almeno uno che si è fat­to in due per la causa: di suo fratello.

Vincenzo e Antonio Nibali, per la pri­ma volta assieme, con la stessa maglia, nella massima serie della massima se­rie: il World Tour. Per molti Vin­cen­zo era avviato verso il viale del tramonto, incapace forse di recitare il ruolo di pri­mattore. Sempre per quei molti An­tonio era invece semplicemente il “fratello di”, quindi con poche carte in re­gola per stare dove sta. Invece eccoli qui, assieme, per celebrare una stagione che ha ribadito che il numero uno del ciclismo italiano nel mondo è sempre lui, Vincenzo Nibali, e suo fratello Antonio ha tutto il diritto di stargli a fianco, come ha fatto egregiamente alla Vuelta, al suo primo Grande Giro della carriera. E poi il Team Bahrain, al suo primo anno di attività, con mille punti interrogativi, tanti contrattempi (leggi infortuni di Ion Izagirre, Ramunas Na­var­dauskas e Kanstantin Siutsou, ndr), ma alla fine con i conti che tornano.

Vincenzo, ormai sei un vero habitué degli Oscar di tuttoBICI, sei alla sesta affermazione, la quinta da quando sei professionista: ci speravi?
«Certo che sì. Sapevo che non sarebbe stato assolutamente facile, ma sapevo di poter competere ancora ad alti livelli. Mi sento bene, ho grandi motivazioni e anche la squadra, nonostante fosse appena nata, mi ha supportato alla grande. Un anno fa, dopo la caduta di Rio che mi ha privato almeno di una medaglia e di un buon finale di stagione, te l’avevo detto: dopo Ulissi agli Oscar ci torno io. Sono stato di parola».

Il 26 ottobre scorso hai chiuso definitivamente la pratica Rio, con la rimozione dell’osteosintesi alla clavicola sinistra.
«Andava fatta. Mi ha operato il pro­fessor Claudio Castelli, direttore del Di­­par­timento di Ortopedia e Trau­ma­to­­lo­gia dell’ospedale Papa Giovanni XXIII di Bergamo, mentre il professor An­to­ni­no Cassisi, Respon­sabile del Di­par­timento di Chirurgia Ma­xil­lofac­cia­le si è occupato della parte ricostruttiva estetica. È andato tutto molto bene: ora sono pronto per una nuova stagione».

Ora gli anni sono 33.

«Eppure mi sento ancora assolutamente competitivo, ho voglia di correre e mi­surarmi con il ciclismo che conta, fa­cendone pur sempre parte. Quinto nel ranking di World Tour, sesto nella classifica mondiale dell’Uci, insomma, so­no ancora lì. Mi sento nel pieno della maturità fisica e mentale».

Non hai paura di non essere più all’altezza?
«Ogni tanto mi chiedo: e oggi andrò co­me ieri o noterò dei cali, dei cedimenti? Però sono domande alle quali non do risposte: vado avanti nel mio la­voro, pensando solo a vincere. È l’unico modo per continuare a farlo».

Il Lombardia è una gemma che risplende su tutto.
«Una bellissima vittoria, forse an­cora più bella della prima che io già consideravo qualcosa di speciale. Quel tracciato, quell’arrivo a Como io lo trovo spet­tacolare, troppo bello. Me ne innamorai qualche an­no fa, quando a vincere su quello stesso traguardo fu Paolo Bettini. Eravamo ai piedi del Ghisallo, io ero al fianco di Paolo, ad un certo punto si toglie la maglia iridata a maniche lunghe e mi dice: “Vincenzo, questa è tua”. La conservo ancora tra le cose più care che ho. Un gesto bellissimo, in una corsa che per quanto mi riguarda non ha eguali. Corsa durissima, selettiva come po­che, con un finale di una bellezza pazzesca. Quest’anno stavo davvero bene, e ho vinto alla grandissima, molto meglio di due anni fa. E pen­sare che ho temuto di non correrlo quel Lombardia… ».

Come è possibile?
«Nella notte tra giovedì e venerdì sono stato poco bene. Problemi gastroenterici. Mi dico: sono fritto. Per avere quei tipi di disturbi basta davvero po­co. Basta mangiare della verdura non lavata benissimo, chissà cosa mi è successo. So solo che ho chiamato il mio staff medico e con un disinfettante so­no tornato a posto. Al sabato ho corso davvero un grande Lombardia. E poi mi è piaciuto un sacco per la tantissima gente che era scesa in strada. Anche l’ultimo chilometro me lo sono goduto come poche altre volte. Mi è venuto spontaneo chiamare gli applausi dei ti­fosi che erano lì ad incoraggiarmi. Mi sono sentito per un attimo davvero una rockstar, mi sono proprio divertito».

Niente pinna dello Squalo, però.
«Niente. Sono stati gli sportivi a suggerirmi cosa fare. Il loro entusiasmo, il loro calore mi ha toccato il cuore. Solo sul traguardo ho fatto il segno 50, an­che se non è venuto benissimo. Ma quello che contava era quello che ave­vo fatto prima per arrivare fin lì, tutto solo, in un tripudio di folla festante. Il modo migliore per chiudere una stagione importante».

Sei l’uomo dei Grandi Giri, della “tripla corona”, ma anche delle corse di un giorno. Il prossimo anno darai l’assalto alla Liegi?
«È chiaro che è una classica che mi si addice molto e che mi piace parecchio. Ci sono arrivato molto vicino nel 2012, anno in cui decisi di non correre il Gi­ro e quindi di puntare sulla Doyen­ne. Quel secondo posto alle spalle di Igli­skiy non mi è proprio andato giù, però dobbiamo decidere i programmi, valutare tutto con calma».

Tutto ruota attorno al Mondiale di Inn­sbruck?
«È un mondiale che mi solletica, che si addice molto a me, anche se non deve diventare un’ossessione: è un mondiale che piace a me, ma anche a tanti passisti scalatori come il sottoscritto, da Froome a Quintana, da Uran ad Aru, tanto per fare qualche nome. E l’idea che mi sono fatto è che la Vuelta sarà un passaggio importante. Bisogna però valutare bene tutti e tre i percorsi dei Grandi Giri e fare delle scelte, anche dolorose».

Ma Froome è battibile?
«Come tutti. Anche Coppi, Bartali e Merckx lo erano. Certo che è un osso duro, molto forte. Nell’ultima Vuelta ha avuto al proprio fianco una grande squadra e lui è stato davvero bravo, so­prattutto su quei finali brevi ed esplo­sivi che gli si addicevano».

Ma al bis al Tour non ci pensi mai?
«E come no, per me sarebbe un sogno, ma non sarà facile realizzarlo».

Sei andato molto vicino al tris al Giro, ma Dumoulin vi ha messo tutti nel sacco.
«È stato davvero molto bravo e forte. Sottovalutato? No, assolutamente, ma è davvero andato fortissimo. A crono è stato devastante, anche più forte di Froo­me secondo me. Mi ha ricordato l’Indurain dei tempi d’oro».

Eppure nel giorno del tappone del doppio Stelvio, quello vinto da te, il tulipano è an­dato in crisi e voi non ne avete approfittato…
«Vero anche questo. Con il senno di poi ti dico che abbiamo perso davvero una grande occasione, ma non è stato un problema di “fair play” come qualcuno ha ipotizzato o pensato, ma semplicemente di sorpresa. Nel senso che una cosa del genere non ce l’aspettavamo assolutamente e non siamo stati sufficientemente reattivi e di conseguenza cattivi».

Forse chi doveva fare molto di più era Quintana e la sua Movistar, molto più attrezzata e presente nel gruppo di testa…
«Probabile… ».

Bene al Giro, chiuso al terzo posto, molto bene alla Vuelta terminata alle spalle del vincitore Froome. Hai dato l’impressione di aver chiuso in crescendo.
«Hai avuto l’impressione giusta, sono andato in crescendo. All’inizio c’era anche bisogno di un momento di assestamento per la squadra in quanto il gruppo era di nuova costituzione. In avvio di stagione ho corso di meno e sono arrivato meno pron­to. Ma sapevo di dover fa­re due Grandi Giri e arrivare in condizione fino al Lombardia che era uno dei miei grandi obiettivi di stagione».

La Sky ha un budget da 35 milioni di euro, tantissimi. Ma si vince davvero perché si ha maggiore forza economica?
«La Sky non è forte, è fortissima, perché si può permettere quasi tutti i più forti corridori in circolazione. Ha atleti di altissimo livello, che corrono in ma­niera esemplare. Sono ricchi e bravi, ma dicendo questo non li offendiamo di certo, dico solo il vero».

Tante classiche, tanti sogni: quale oltre alla Liegi?
«Il Fiandre è una corsa che mi stimola parecchio, ma per uno come me che punta a far bene anche nei Grandi Giri è un po’ difficile. Magari un giorno, quando sarò un pochino più grandicello, potrei concentrarmi sulle corse di un giorno: Fiandre, Roubaix, San­re­mo…».

Come valuti la stagione di Antonio?
«Molto buona: è stato davvero una bellissima sorpresa anche per me. Lui è un tipo tranquillo, pacioso, che parla poco, ma sa dove vuole arrivare. Alla Vuelta è stato davvero molto bravo, perché non solo mi ha aiutato ed è sta­to spesso al mio fianco, ma ha chiuso anche lui la sua prima esperienza in un Grande Giro in crescendo, dimostrando di avere grandi doti di recupero».

Come definiresti Antonio?
«È un gattone. Un gatto sornione. È pi­gro, pacioso come pochi, e se può far fa­re agli altri lui lascia fa­re, ma se lo chiami in cau­sa, lui c’è sempre».

Cosa chiederesti al nuovo presidente dell’Uci David Lappartient?
«Tante cose, ma la prima è quella di rivedere l’assegnazione dei punteggi che compongono la classifica di World Tour. Se tu fai tre classiche fatte bene, sei a posto tutto l’anno. Chi vince una prova di World Tour porta a casa 500 punti come me che arrivo secondo alla Vuel­ta. I punteggi non valorizzano i corridori nel modo giusto. E poi vanno an­che riequilibrati quelli di squadra».

Antonio la rivelazione del tuo team, ma anche del movimento italiano. Chi secondo te sarà il nuovo talento del ciclismo italiano nel mondo?

«Gianni Moscon, non ci sono dub­bi. Tenuto conto che Fabio Aru già lo considero un talento espresso che deve solo confermarsi e si confermerà nei prossimi anni, Gianni rappresenta il nuovo. Alla Vuelta mi ha impressionato per po­tenza e determinazione. Quan­do an­dava in testa lui a scandire il passo era pazzesco: ti portava fuori giri. Solo Kwiat­kowski ha la sua stessa capacità di sprigionare watt. Sanno lavorare per 6-7-8 minuti a tutta, come pochi. Ti portano allo sfinimento. L’acido lattico ti arriva fin sopra i capelli».

Uomo per le corse a tappe o di un giorno?
«Io direi per le classiche».

Come mai Quintana non ha reso come è solito fare?
«Perché anche lui è un uomo e la stagione storta può capitare a tutti».

Cosa ami mangiare?
«Due panini al latte con Philadelphia e pro­sciutto. In corsa barrette della Na­med ai cereali: buonissime. A colazione non mangio tantissimo: pasta in bianco con un filo di olio, un’omelette e un caffè. In corsa anche delle tortine di riso e poi i soliti e indispensabili zuc­cheri e maltodestrine».

Un uccellino mi ha detto che alla vigilia del Lombardia hai fatto il carico di carboidrati e proteine…
«Come è logico e giusto che sia. Sono andato a cena da un caro amico chef e mi sono mangiato un piatto abbondante di gnocchi alla Sorrentina e poi an­che un risotto allo zafferano da urlo. E per finire una bella tagliata. Insomma, ho fatto una buona base: il giorno do­po c’era da faticare. Il carburante ser­ve».

Cosa pensi di Sagan?
«Tutto il bene possibile. Siamo amici, siamo stati compagni di squadra ed è un talento assoluto. Per me è il ve­ro numero uno del nostro movimento».

Come è il tuo rapporto con Froome?
«Normale, di assoluto rispetto e stima. È un avversario, forte e leale. Duro da battere, e spero che anche lui possa di­re altrettanto del sottoscritto. Ha qualche punto debole come tutti, solo che ha molti più punti di forza. Per adesso…».

Il suo rivale?
«Tom Dumoulin può diventare il suo vero avversario: fortissimo nelle prove contro il tempo, va forte anche in salita. Io, Quintana, Aru e compagnia po­tremmo e dovremmo approfittare di que­sto nuovo duello».

Come sono i tuoi rapporti con Aru?
«Ottimi. Davvero buoni. Certo, in cor­sa si è avversari, ma ci stimiamo e spes­so ci confrontiamo. Dopo il Lom­bardia ci siamo anche visti per una ce­na con i compagni di allenamento.  Una bella cena alla Pasticceria Bacilieri di Marchirolo, in Valganna, poco di­stante da Varese. Con me e Fabio c’erano anche Antonio (Nibali, ndr), Poz­zo­vivo, Gasparotto, Cataldo, Orrico e Chirico. Del gruppo mancava il solo Ulissi, che in quei giorni era al Giro di Turchia (poi vinto dal toscano, ndr). Marco Bacilieri ha preparato una bellissima torta con la mia vittoria al Lom­bardia e quella di Fabio Aru al Tour. Ognuno dei due ha tagliato la propria foto e ha mangiato - con gusto - la par­te dell’altro...».

Beh, vi siete fatti a fette e poi vi siete an­che mangiati: begli amici…
«Sai che gli amici veri sono anche un po’ carogne».

Come ti trovi in Svizzera?
«Benissimo. Io a Lugano ho davvero trovato il posto ideale. Lì Rachele ed io abbiamo deciso di far nascere Emma Vittoria, e adesso ha cominciato anche l’asilo. E poi ho comprato casa. Non molto distante da dove stavo, ma è una casa certamente più importante e bella. È tutta nostra. Come si dice: costruita con il sudore della mia fronte».

Torniamo ad Antonio: dove può arrivare?
«Deve capire quali sono i suoi limiti, secondo me ha ancora tantissimi margini di crescita e miglioramento. Sono certo che saprà ritagliarsi il proprio spazio e troverà una sua dimensione. È un buon fondista, ma per diventare un buon corridore occorre anche avere un po’ di fondo: parlo di lato b».

Anche la vittoria alla Vuelta è stata però molto spettacolare. Sembravi spacciato sul­lo strappo finale, sei rientrato come un fulmine con il gruppetto degli immediati inseguitori e hai fatto una volata che è stata davvero una rasoiata da autentico “finisseur”…
«Sì, quel giorno ad Andorra mi sono proprio piaciuto, ho vinto da vero paraculo. Penso di non aver sbagliato assolutamente nulla. A livello tattico ho fatto la cosa giusta nel momento giusto. E poi la pinna dello Squalo è stata il marchio di fabbrica».

Come è nato il gesto della pinna?
«All’inizio della Vuelta, sul motorhome, parlando con Antonio e i miei compagni di squadra. Mi dicevano: “Enzo, se vinci che fai? Bisogna pensare ad un gesto degno di uno squalo”. Mi è venuta così. Mi è venuta bene, no?».

Quanto mancherà al ciclismo uno come Contador?
«Tantissimo. Ma avete visto cosa è sta­to capace di fare all’ultima Vuelta? È un fuoriclasse assoluto, che non poteva finire meglio la sua stupenda carriera. Orgoglioso di aver corso con lui».

Orgoglioso del tuo sesto Oscar?
«Certo che sì. È il premio alla stagione, alla mia regolarità, e il fatto di averlo rivinto significa che ci sono. L’obiettivo è esserci ancora. Mi voglio togliere an­cora tante soddisfazioni, ci sono tanti traguardi da inseguire. Un paio li ho in testa, ma non ti dico niente. Lo sai, non amo i proclami. Amo la politica del fare, poi alla fine si tirano le som­me. E se i conti tornano, tornerò anche il prossimo anno sul palco degli Oscar: ormai sono un po’ come casa mia».

Pier Augusto Stagi, cover story da tuttoBICI di dicembre
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