ALBANESE, IL CUCCIOLO DALLE GRANDI ASPIRAZIONI

PROFESSIONISTI | 29/06/2017 | 07:03
Il suo primo Giro d’Italia è stato come «il giocattolo che ho sempre desiderato da bambino», come «una pizza, dopo mesi di dieta ferrea», come «il profumo di una rosa» e come «una bella donna, bionda e prosperosa». Parola di Vincenzo Albanese, che con i suoi 20 anni è stato il girino più giovane dell’edizione numero 100. Il “pupo” della Bardiani CSF ha pedalato fino a Bergamo dimostrando carattere e qualità, che per la verità si erano già intraviste chiaramente nelle categorie minori e al debutto nella massima categoria. Nel 2016 ha vinto, tra l’altro, il Liberazione, una tappa al Tour de l’Avenir e il Matteotti contro i professionisti.

Come è andata?
«È stata dura. Una corsa di tre settimane è impegnativa soprattutto per uno come me che è al primo an­no tra i prof. Il Giro immagino sia tosto per tutti, a soli 20 vent’anni a maggior ragione. Mi ha impressionato il contorno della gara: non avevo mai visto così tanta gente sulle strade. Io ero l’ultimo arrivato, ma c’era chi mi riconosceva e tifava per me, mi ha fatto molto piacere. Mi ha insegnato come correre, come affrontare tutte le gare. Il Giro è il massimo, è un’esperienza che mi cambierà fisicamente e non solo».

Il momento più bello?
«Ritrovarsi accanto a campioni che quando hanno esordito tra i professionisti io neanche ero nato. Ho ricevuto qualche consiglio utile da uomini faro nel gruppo come Quinziato e Pozzato. Mi hanno detto di non esagerare e di stare tranquillo, di dosare bene le energie. Anche per questo non sono arrivato fino a Milano».

Il più difficile?
«La partenza. Già non era una passeggiata esordire al Giro così giovane, in più la positività di Pirazzi e Ruffoni è stata una tegola per tutta la squadra. Per me era tutto nuovo e strano, questo fatto mi ha colpito parecchio. Non siamo di certo partiti bene. I primi giorni in Sardegna ne ho un po’ risentito, le prime sere non riuscivo nemmeno a dormire, ma ho cercato di guardare avanti e insieme a compagni e staff abbiamo voltato pagina. Ho resettato tutto, mi sono fatto coraggio e ho dato il massimo. Se ci si può fidare del ciclismo adesso? Come in tutte le cose, ci si può fidare ma neanche mettere la mano sul fuoco al cento per cento. Noi cerchiamo di essere il più corretti possibile. L’antidoping funziona, è giusto che ci siano tanti controlli in corsa e fuori competizione. E che i colpevoli paghino».

Tornato a casa, come è stato guardare l’ultima settimana in tv?
«Sicuramente ho avuto meno mal di gam­be di chi ha affrontato le tante salite in programma (sorride, ndr). Bat­tu­te a parte, io avevo tanta voglia di con­tinuare. Il Giro d’Italia è il sogno di ogni ragazzino, soprattutto se italiano, ma mi sono fidato dei miei tecnici che mi hanno sconsigliato di affrontare uno sforzo enorme per la mia età e il mio livello in questo momento. Ho saltato una parte importante della preparazione invernale a causa di un’infiammazione al ginocchio, ho iniziato a pedalare solo a febbraio, già essere sta­to convocato per questo prestigioso appuntamente è stata una grande im­presa».

Dopo un po’ di meritato riposo, dove ti ve­dremo?
«Non so ancora quale sarà il programma, per il problema che abbiamo avuto (la doppia positività di Stefano Pirazzi e Nicola Ruffoni, ndr) abbiamo ricevuto una sospensione da parte dell’UCI. Scontata, potremo riprogrammare gli obiettivi del team. Nella seconda parte di stagione tengo particolarmente a disputare un buon mondiale Under 23. Il percorso è adatto al­le mie caratteristiche, ne ho già parlato con il commissario tecnico Marino Amadori, mi farò trovare pronto».

Chi devi ringraziare per essere arrivato al professionismo?
«La mia famiglia, mamma Giovanna, pa­pà Raffaelle e mia sorella minore Luisa. Oltre ai miei cari ci sono diverse persone che hanno avuto un ruolo fondamentale per la mia crescita, ogni anno ho incontrato sulla mia strada una o due persone che mi hanno voluto bene, intendo tecnici o amici. Sono nato a Oliveto Citra, ma in realtà sono di Laviano. Poi ho seguito i miei genitori che si sono trasferiti in Toscana per lavoro, ma mi sento ancora più campano che toscano. Papà ha un agriturismo a San Donato in Fronzano, provincia di Firenze. Mamma lavora per una stilista, fa la sarta».

Niente a che vedere con il ciclismo.
«Nessuno in famiglia è sportivo, sono l’eccezione che conferma la regola. Ho iniziato a pedalare a 7-8 anni, mi han­no convinto i compagni alla scuola elementare. La bici oggi per me è una grande opportunità, rappresenta quello che mi piace fare nella vita. Spero di andare avanti il più a lungo possibile con questa professione e che quando smetterò avrò modo di rimanere nell’ambiente perchè è la mia unica grande passione».

Avresti però potuto diventare un calciatore...
«Sì, a tirare calci al pallone da ragazzino ero abbastanza bravo. Attorno ai 15-16 anni ho anche pensato di smettere con la bici per dedicarmi esclusivamente al calcio. Alla fine ho scelto la bici perché mi regalava già buone soddisfazioni. Quando sei piccolo capisci poco, il calcio mi piaceva perché lo praticavano tutti, su 10 bambini italiani 9 vanno alla scuola calcio, 1 in bici. Detto ciò, sono contento della strada intrapresa. Continuo a seguire il calcio come appassionato, tifo Napoli. Maurizio Sarri in To­scana ha una casa non lontano dalla mia, il suo babbo, Ame­rigo, è stato ciclista. Gli ho dato la mia maglia autografata, lui ha ricambiato con una di Hamsik».

È uno sport molto rischioso, come dimostrano le re­centi tragedie di Scar­po­ni e Hayden.
«Già. In strada io ho molta paura, ma se il ciclismo è la tua vita è meglio non pensare a tutti i rischi che corri, altrimenti sarebbe da appendere la bici al chiodo oggi stesso. Inol­tre io credo al de­stino, se è il tuo mo­mento ti può succedere qualcosa an­che non facendo nulla. Nonostante ciò, è evidente che ci vorrebbe maggiore at­tenzione da parte di tutti gli utenti del­la strada per evitare almeno gli incidenti causati da disattenzione e imprudenza».

Immagina di avere una palla di cristallo, come ti vedi da grande?
«Felice, in bici, con una carriera normale e rigorosamente single. Mi immagino di diventare un uomo da classiche e da tappe dei grandi giri. So­no un passista veloce, ma mi piace Contador. Lo am­miro per i suoi attacchi. Decide di testa sua e non fa calcoli, al contrario di molti altri che si fidano solo di quello che sentono dalla radio. Il ciclismo di oggi è un po’ troppo pilotato per i miei gusti, io mi adatto ma in questo sen­so mi piacerebbe fosse più anar­chico. Il mio punto forte è essere sempre all’attacco, il mio tallone d’Achille è la salita. Aspiro a diventare un uomo semplice, che non perda mai la voglia di divertirsi».

Giulia De Maio, da tuttoBICI di giugno
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