UNA FESTA IN SIMIL ALPE D'HUEZ PER IL PEGGIORE GIRO DI SEMPRE DEGLI ITALIANI (MAI FUORI DAI PRIMI 7)

di Cristiano Gatti

Il Friuli ringrazia e non dimentica: sta scritto sulla maglia rosa, dedicata ai cinquant'anni dal terremoto fatale, ma per tirarsi su il morale lo slogan viene buono anche per quest'ultima tappa (vera) del Giro 2026. Puntuale come il 730, vince Vinge, che d'ora in poi converrà chiamare Vincegaard anche all'anagrafe. Non aveva certo bisogno di questo extra per portarsi a casa il Giro 2026, ma come un campione vero non usa il braccino. Lo fa onorando la maglia, il Giro, e prima ancora il Friuli. Perchè questa terra più di tutte se lo merita, vera maglia rosa della passione e della partecipazione (purtroppo, c'è anche un tributo di vita: al mattino, salendo verso Piancavallo, muore un amatore 70enne, nell'esercizio del suo piacere).

C'è veramente tutto in questa indimenticabile giornata di chiusura. Purtroppo, bisogna aspettare proprio l'ultima sfida per vedere cosa il ciclismo può ancora muovere, cosa il ciclismo può ancora essere. Colpo d'occhio, atmosfera, sentimenti: una vera giornata in simil Alpe d'Huez. Piancavallo diventa una Woodstock della bicicletta, i campeggi, i barbecue, le famiglie, le pagliacciate, i travestimenti e ovviamente sì, certamente sì, fiumi di prosecco, e se non è prosecco o tocai o sauvignon, comunque niente che provochi danni alla gara, il miracolo del ciclismo si rinnova, moltitudini in strada senza che nessuno si sogni di fare il mentecatto.

Il segreto del clamoroso successo, al termine del Giro moscetto e quaresimale visto in tante regioni italiane? L'assolo di Vinge. La bella giornata. La sana passione friulana seminata nel tempo dal compianto Cainero. Ci sta tutto. Se posso, aggiungerei il doppio passaggio sulla grande salita. Una scelta che va cavalcata e ripetuta, magari nei week-end, offrendo al popolo dei tornanti l'opportunità di passare una giornata davvero intera sull'avvenimento, non la solita attesa di ore e ore per un fugace passaggio, che lascia sempre un po' di fame. Ovviamente, è un consiglio gratuito e spassionato rivolto a chi progetta il Giro: l'anno prossimo sarà il primo disegnato da Stefano Allocchio, uno che ancora conserva il gusto di un certo ciclismo griffato, ho motivi di pensare che ci penserà.

Nell'attesa, per ironia bastarda del destino, la grande festa fa da cornice al giorno più nero. A suo modo, è una giornata storica, unica e indimenticabile: proprio qui, proprio a questo modo, si chiude il Giro più disastroso di sempre per il ciclismo italiano. Me lo conferma il mio impareggiabile pusher di statistiche, Michele Merlino, per gli amici Mago, casualmente pure lui friulano. Questo il verdetto: mai successo nella sua storia secolare che il Giro d'Italia non avesse nella classifica finale un italiano nei primi sette. Piganzoli (un giovane) ottavo e Caruso (un antichissimo) non bastano a mitigare l'evento. Anche ufficialmente risulta il Giro più nefasto di sempre, per noi italiani.

Se fossi sadico, aggiungerei che il tragico primato arriva tra l'altro al termine di un'edizione non particolarmente affollata di campioni (eufemismo). Ma non lo faccio perchè sicuramente nella storia secolare figurano Giri ugualmente poveri di bella gente al via. Non perdiamoci nei dettagli, quando il dito indica la luna lasciamo il dito a chi sappiamo e guardiamo dritti alla luna: qualunque Giro fosse a livello di partecipanti, resta comunque il nostro Giro peggiore di tutti e di sempre.

A me non sembra servano altre parole, per chi voglia avviare oneste e sincere riflessioni. Qui la dico, qui la sottoscrivo e subitamente mi ritiro. Lascio a chi la sa lunga il compito di spiegare quanto invece questo Giro ci debba rendere soddisfatti e orgogliosi.

Vai con le fanfare, Roma ci aspetta, musica maestro.



 

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