Editoriale
VENGA A PRENDERE UN CAFFÈ DA NOI. Quando ci si trova a parlare di doping, si ha la sensazione di camminare sulle sabbie mobili. Ognuno la pensa a modo suo, ognuno ha una sua personalissima idea sulla lotta al doping. Il bello è che anche chi dovrebbe avere una linea ferma e decisa, ha le proprie idee, e le mette in pratica con arbitraria allegria.
Premessa: non siamo dei santoni del doping. Annunciamo al mondo intero le nostre manchevolezze, ma cerchiamo di usare il buon senso, quello che spesso i gran governanti dello sport mondiale non usano minimamente.
Prendiamo ad esempio uno degli ultimi casi: quello delle confezioni di caffeina trovate nelle camere di Eddy Mazzoleni e Matteo Carrara - atleti del Team Colpack-Astro - nella notte del blitz di Sanremo al Giro d’Italia. Per Mazzoleni è stata chiesta la squalifica per due mesi «tenuto conto del comportamento collaborativo dell’atleta con l’organo inquirente» (avrà detto di quale marca era il caffè?). Per il medico della Colpack, Claudio Sprenger, è stata invece chiesta una squalifica di sei mesi. Analoga richiesta per Matteo Carrara, «in considerazione dell’indisponibilità dimostrata dall’atleta» (non avrà offerto il caffè agli inquirenti?). Bene, per considerare un atleta positivo alla caffeina bisogna riscontrarne nelle sue urine una determinata quantità. Ciò significa che l’ordinamento sportivo, fissandone i parametri, considera lecita l’assunzione di caffeina purché in misura limitata. Se si può usare in misura limitata, è perlomeno logico che un atleta abbia in valigia qualche pasticca di caffeina. Altrimenti come potrebbe assumerne in «misura limitata»? Invece, i due ragazzi in questione dovrebbero essere puniti solo e soltanto per aver avuto l’intenzione di farne un uso smodato. Ma in questo caso esagerata sembra essere stata la reazione della commissione antidoping, che poteva chiudere la questione in molti altri modi: magari al bar, davanti ad una buona tazzina di caffè.

FIGURE BARBI... NE. Signori, il ciclismo non è il solo sport marchiato a fuoco dalla piaga del doping. Fatevene una ragione: lo sport di alto livello è perlomeno schifoso allo stesso modo. Signori del CONI, presidente in testa, prendetene atto e piantiamola di fare gli gnorri.
Il caso del maratoneta Barbi, il primo della storia di questo gloriosissimo sport a esser stato trovato positivo per eritropoietina (leggi EPO), non è un fatto secondario. Oggi è ufficiale: in tutte le discipline di resistenza e non, c’è chi usa EPO. Fino a ieri lo sport inquisito era solo e soltanto il ciclismo perché era il solo a sottoporsi a controlli appropriati. Adesso che hanno deciso di allargare un po’ il tiro, ecco che vengono fuori le magagne. Ma il caso Barbi è sconvolgente e va ben oltre il mondo dell’atletica italiana per il semplice fatto che un anno fa, di questi tempi, l’Italia era il primo paese al mondo nella lotta al doping, grazie ai controlli preventivi sul sangue previsti dalla campagna «Io non rischio la salute». Una campagna nata tra mille difficoltà e anche tra qualche equivoco. E sempre un anno fa, di questi tempi, i responsabili dell’atletica leggera ebbero una lite furiosa con chi doveva effettuare i controlli: si parlò di «metodi inurbani» e di «poco rispetto per gli atleti». Il risultato fu che, approfittando della confusione, molti nomi eccellenti riuscirono a dribblare quei controlli senza che nessuno - a partire dal CONI - prendesse provvedimenti.
Quest’anno, hanno deciso di togliersi da qualsiasi imbarazzo: «Io non rischio la salute» è stata abolita; la commissione che ne era responsabile è stata disciolta. Oggi c’è una nuova commissione che, nominata a dicembre, è passata di rinvio in rinvio e non ha mai ripristinato i controlli ematici.
Un anno senza controlli, da agosto ad agosto: i risultati sono sotto gli occhi di tutti. Nove casi di nandrolone nel calcio, adesso nella bufera ci è finita anche l’atletica. E c’è chi assicura che molti altri casi sono lì lì per essere scoperchiati. Il CONI è pronto a fare altre figure Barbi... ne.
Pier Augusto Stagi
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