Intanto, buon anno a tutti. Che sia un po’ più sereno del precedente, e del precedente ancora, quest’anno appena battezzato. Ci vuol poco, direbbe qualcuno: dopo i cataclismi, basta la normalità. Ed è vero. Però attenzione anche a caricare con eccessi di nero il quadro che abbiamo sotto gli occhi. Soprattutto, cerchiamo sempre di distinguere bene tra il ciclismo come agonismo per specialisti e ciclismo come pratica nel tempo libero. Non è un discorso così, campato per aria: è fondamentale per guardare avanti. Allora: il ciclismo dei corridori è effettivamente in difficoltà, per eccesso di veleni e per attesa di nuovi miti. Ma il ciclismo come hobby e come passione, lo dico qui e voglio vedere chi può negarlo, gode di ottima salute: mai, anzi, aveva goduto di tanta salute.
Guardiamoci in giro: le strade d’Italia sono sempre più popolate dalle tribù semoventi degli amatori, che scrivo con la a minuscola per non confonderli con quelli maiuscoli, già troppo smaliziati e interessati. Su e giù per le valli, gruppi spontanei di signori per bene praticano la disciplina del pedale, godendone i benefici in termini di salute fisica e mentale. È un fenomeno, un fenomeno di massa, anche se gli articoli di costume continuano ad ignorarlo, tutti presi a raccontare il boom del fitness e del golf. Ma non importa. La popolazione del ciclismo, nomade e vagamente hippy, se ne impippa delle mode e continua a crescere. Lo dimostrano anche i buoni affari dell’industria connessa e, purtroppo, il numero crescente di ricoveri per investimenti.
Una volta andavano in bicicletta soltanto uomini rudi. Adesso si compiacciono di trovarsi al rondò anche stimati avvocati ed eminenti primari ospedalieri, gli stessi che tempi addietro provavano un po’ di schifo per questo sport così povero e puzzolente, privo del benchè minimo appeal (dicono così, al golf). È la novità degli ultimi anni: il movimento non è più classista. Si può dire senza tema di smentita che sia autenticamente democratico. E dici niente.
Il futuro della bicicletta, che durante la leggiadra corsa comodosa e motoristica del boom economico sembrava compromesso, si presenta dunque alquanto radioso. Con la fame che si coglie in giro di libertà, svago, aria buona, verde, relax, salute e benessere, la pedalata intrigherà un numero sempre maggiore di nuovi militanti. Anche e soprattutto tra le signore, che non guasta. Il problema che invece resta, e anzi col passare del tempo certamente si acuirà, è quello dei ragazzini: sempre meno ne vedremo in bicicletta. Ma non solo perchè la fatica non affascina i giovanissimi. C’è dell’altro: c’è una colpa tutta nostra, una grave colpa di noi grandi. Lo sviluppo e il progresso. Cioè il caos.
Alzi la mano il genitore che se la sente di mandare in strada suo figlio pedalando allegramente su una bicicletta. Si può fare ancora nei luoghi più sperduti del Paese, ma non nella maggioranza dei luoghi di questo nostro Paese sconclusionato e letale. C’è il serio rischio, la fondata possibilità, che ci restituiscano la creatura dentro un’autolettiga, se non in autoveicoli ancora più sinistri. Facciamoci caso, non serve scomodare l’Istat per tracciare l'identikit del ciclista medio: può essere ricco o povero, bello o brutto, simpatico o carogna, ma certamente ha più di 25 anni. Cioè l’età in cui si è abbastanza addestrati per affrontare la jungla del traffico, o comunque sufficientemente autonomi per sottoscrivere una polizza assicurativa e due righe di testamento.
Loro, i bambini e i ragazzi, sono impossibilitati a praticare. E non è certo l’istinto, o la passione, o il richiamo ancestrale, a mancare: da che mondo è mondo, qualunque bambino - dopo aver detto mamma e nonna (papà è più fatica) - a due anni vuole il triciclo e a tre vuole la bici. Certo, gioca a palla: ma la bici è la prima vera conquista di emancipazione. Il problema è dopo: quando il fascino della libertà, della conquista, della distanza, viene tragicamente frustrato dai limiti imposti. La mamma e il papà non permettono più, come avveniva una volta, che il pupo esca dal cortile e affronti le sue esplorazioni. Così, dopo aver girato in terrazzo o in cortile fino al parossismo, contraendo la sindrome del criceto (quello che gira gira senza fare mai un metro), alla fine il pupo, che cretino non è, si rompe l’anima e torna dal papà con la scontata richiesta: giochiamo alla play-station? Fine delle trasmissioni.
Purtroppo non c’è nulla che si possa fare per tornare indietro. Il ciclismo praticato richiede spazi e sicurezza, invece viviamo in un mondo che va in senso contrario. Per questo, è destinato a diventare uno sport sempre più estremo e sempre più vecchio: recuperato cioè da adulti coraggiosi, che una volta superate l’infanzia e l’adolescenza praticando agiati sport domestici ritrovano il gusto e il coraggio di buttarsi in strada sulla bicicletta. Inutile dire come in queste condizioni risultino patetici anche gli sforzi di portare il ciclismo nelle scuole, slogan che sento almeno da trent’anni con gli stessi risultati: zero. Il ciclismo non può entrare nelle scuole perché sarebbe come portare i delfini sull’Alpe d'Huez: non c’entra nulla. Il ciclismo è spazio, orizzonte, libertà: tutto quello che i ristretti confini di una scuola negano per definizione. Sarò fetente, ma io ne sono convinto: se un ragazzino si diverte continuando a girare in cinquanta metri di pista, i casi sono due: o ha bisogno di uno psichiatra, o ha bisogno di quattro sberle.
Cristiano Gatti, bergamasco, inviato de “Il Giornale”
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