Rapporti&Relazioni
Fesseria iridata

di Gian Paolo Ormezzano

Insisto peccaminosimamente a usare la prima per­sona singolare. Pare che al proposito ci sia un’indulgenza speciale per i vecchi ma davvero vecchi giornalisti. Dunque io, proprio io, ho in­ventato la frase-sentenza per cui “Merckx è stato il più forte, Coppi il più grande”. Ad ogni Giro d’Italia nel Processo si cita questa frase attribuendola ad altri e poi però ci si corregge il giorno dopo, nel senso che la frase stessa viene attribuita giustamente a me, co­gliendo qualche pretesto ad hoc. Il tutto, giuro, senza mio intervento diretto, sennò riuscirei forse a farla completare, così: “Perché un altro Merckx diventi più grande di Coppi ci vorrebbe un’altra guerra, con un altro campione che pedala nell’Europa delle macerie, dando il senso della rinascita, della ricostruzione a interi popoli. Ma non mi pare proprio il caso di auspicare un’altra guerra così per avere un altro Coppi”.

Bene, qui dico anzi di più, qui scrivo che non mi pare questa, ancorché citatissima e - penso - ap­prezzata la frase più bella che mi sia scappata in anni e anni di professione, imbonimento, fritture d’aria, menate di torrone, insomma sentenziosità assortite. A me piace quest’altra frase, meno solenne, che ma­gari anche altri hanno emesso, ma che per quel che mi riguarda è mia. “Non è tan­to il titolo mondiale dei professionisti a mancare a Bartali, quanto il cognome Bartali a mancare all’albo d’oro della pro­va iridata”. Specifico che ero coppiano praticante, e che però ho conosciuto, amato e stimato assai Bartali, che il destino mi ha lasciato frequentare per assai più tempo ri­spetto a Coppi. Invito alla lettura dell’albo d’oro in questione, per verificare quanti mo­desti per non dire indecorosi pinchi e pallini ci sono.

Mi sono venuto in men­te, con questa frase probartaliana che considero concreta e onesta doverosa e logica, e che è trasportabile anche per valutare i palmarès di altri sport, in un tempo che ormai appare lontanuccio, il giorno cioè del campionato del mondo in quel di Bergen, Norvegia, e mi so­no autoesaminato, per decidere se non avevo per caso o non per caso (o non per caos mentale) detto una cavolata, come peraltro mi è occorso moltissime volte, con purtroppo an­che le prove scritte dei miei “crimini”. Mi sembra giusto tornarci su con calma, anche se adesso l’autunno/inverno del ciclismo è sempre pieno di gare, visto che la mondializzazione di questo sport ha tolto i tempi di pausa, di riposo dalla cronaca diretta, tempi propizi alla meditazione.

Dopo essermi congratulato con me stesso per la bella frase su Bartali e il Mondiale, ho cominciato col pormi una domanda: cosa diremmo di questa gara del 24 settembre 2017 se, questione di centimetri, avesse vinto il norvegese pincopallino o poco più anziché lo slovacco Sagan? Sagan ha conquistato la maglia iridata per la terza volta consecutiva, come nessuno prima di lui. L’evento statistico è grandissimo, i giornalisti lo hanno bene sottolineato e celebrato, ma questo non vuol dire che lui sia più forte di Merckx, men che mai più grande di Coppi... L’altro, il norvegese, in carriera non ha vinto niente di grossissimo, e magari, in ca­so di suo successo, ci sarebbe stato qualcuno dei miei colleghi che avrebbe teneramente e pateticamente rispolverato un modo di dire e di scrivere frequentato spesso al Tour de France quando (accadeva) la tappa andava ad uno nato vicino a quel traguardo: enfant du pays, si scriveva di costui. Una carezza di sano stampo paesano al vittorioso, niente però se lui era parigino e vinceva a Pa­rigi, ville lumière e non pays, ci mancherebbe.

Sagan al terzo successo mondiale di fila ha permesso di scrivere delle belle righe sul suo essere grande e speciale. Sì, ma se per po­chi centimetri vinceva il norvegese? Ecco, pochi centimetri e si doveva reperire il coraggio di dire e scrivere che il Mon­dia­le in un giorno solo è una lotteria assurda. Il ciclismo di og­gi, dodici mesi di gare all’anno, cinque continenti coinvolti, gente nuova sempre più numerosa ai vertici (al Mondiale primo uno slovacco, secondo un norvegese, terzo un australiano: che mondo nuovo è questo?), merita una classifica planetaria articolata su varie gare di ambiente di­verso, tipo Formula1, con punteggi progressivi, rimbalzo di interesse da una prova all’al­tra, appuntamenti vicini e lontani. A Bergen la televisione ha avuto dei problemi tecnici nel finale e per poco ci perdevamo anche la volata per il titolo. Ecco, forse era meglio se il collegamento non veniva ripristinato appena in tempo e si doveva scrivere che il Mon­diale così, tutto in un minutino buio di un giorno solo, è una fesseria masochistica.
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