Ad ogni fine estate, ad ogni esordio di settembre, con una tonalità certo negli anni più intensa, ti viene di riflettere - come deviando lo sguardo per una frazione di secondo illimitatamente più lunga sullo specchietto retrovisore -, sull’estate che è andata. Non ancora, o in fondo anche, su quante ce ne saranno dopo.
Ad ogni fine agosto, inutile negarlo, per chi conosce bene (e anche privatamente) la tetragona se non patetica dirittura da Capricorno che ci alberga dentro, ci viene da fare il computo tecnico e fisico, ma fondamentalmente sentimentale, su quella che è la nostra in/sana abitudine estiva da quasi 40 anni in qua...
A costo di evocare il sorriso o la curiosità, dalla fine degli anni ’70 ad oggi, al di là delle familiari e recidive esternazioni “ma non ti sei ancora scocciato, è pericoloso, alla tua età...”, il centro di gravità della mia vacanza, ad Ischia, è farmi in bici ogni mattina, su una “Boschetti” d’antan - che resta per gli altri undici mesi in ritiro, protetta, senza il suo padrone -, una scalata dal mare alla collina. Dalla spiaggia dei Maronti, 0 metri all’approdo di Testaccio, 180 metri, per un tracciato di circa 2000 metri, il che vuol una pendenza sull’8-10% o giù di lì.
Bene, la mia scommessa quotidiana resta ancora farla tutta, senza fermarmi mai, senza una sosta, senza cedere alla tentazione di guardare troppo il mare e Sant’Angelo, allusivi alla tregua, a tirare un sospiro e non un respiro, sulla tua destra.
È una prova da sforzo ai limiti del lecito, senza allenamento, per chi non fa sport per gli altri mesi, né vita da atleta, ed è altresì un esercizio da training autogeno. Con la dignità di uno sguardo infisso sulla strada... È il rifiuto del nuovo, o del vecchio, che avanza. È la kantiana conferma di un modo di essere che si ripete: fermo. È e sarà ancora? O è stata soltanto ?
Quest’anno, ho accusato, riconosco, la comparsa di un lieve disagio. Niente di particolare, solo non riuscivo ad accompagnare in salita, in piedi sui pedali, la bici con il movimento delle braccia... Non andavo bene, en danseuse... Anche se il francese per una recita modesta, lo so, è troppo per noi.
E nello specchietto retrovisore, a riflettere, così, c’era così un’ombra a turbarci di troppo.
Sì, l’ombra che si allunga dell’età, del fattore tempo, il fattore “T”. Con le figlie che ti crescono, diventano grandi, e ti dicono di fermarti. Ultimo giro, ultima corsa, ultima scalata dei Maronti, quest’anno, papà... Non cede più soltanto la nostalgia.
Ma il mio fattore “T” all’improvviso avrebbe ad un tratto cambiato di segno, stasera, con la notizia che Bram Tankink, l’olandese della Lotto NL - Jumbo, il corridore olandese scudiero di Menchov e Kruijswijk, 39 anni da compiere a dicembre, 18 stagioni da pro, uno di quelli inossidabili e a te cari della ex Rabobank - Tjiallingji, Ten Dam, Tankink appunto - ha deciso di gareggiare per una stagione ancora. One more time.
Giustappunto dopo un summit familiare, affidato ad un video, con quelle sue bambine bionde che sono emblematicamente - sembrano le tue, venti anni fa - l’orgoglio e la ragione di ogni padre.
E allora vi racconterò fra un anno esatto, se il fattore “T”, ben altro che sigla di un tempo ingrato e di congedo dalla bicicletta, sarà stato spazzato via o meno da un imprevedibile, da un taumaturgico fattore “Tankink”.
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