Non so in base a quali piani strategici il direttore generale Rai si sia sbilanciato a dire che con il Giro 2017 si raddoppiano i ricavi, magari si triplicano. Sinceramente non si capisce, da fuori, cosa sia capitato in casa Rai per andare così decisi su una previsione tanto felice. Come padroni della Rai, noi italiani non possiamo che augurarci la puntuale conferma reale degli annunci pirotecnici. Siccome però non siamo ingenui e sprovveduti fino all’idiozia, sappiamo che in Rai puntano così in alto anche per giustificare in qualche modo l’entità del nuovo contratto biennale, di 11 e 12 milioni rispettivamente.
Èevidente: l’arrivo di Cairo, editore puro ai vertici del Giro d’Italia, ha dato una svegliata generale a tutto l’ambiente. Certo agli uomini rosa, che devono darsi una mossa per riportare l’avvenimento a livelli decorosi, dunque remunerativi. Ma di riflesso anche alla Rai, storicamente abituata a una filosofia esattamente opposta: avere in casa per inerzia tutti gli sport e quindi affossarli tutti indistintamente. Adesso che il Giro resta uno dei pochi gioielli di famiglia non ancora persi al monte di pietà - quanta pietà -, bisogna di punto in bianco cambiare testa e cambiare marcia: i diritti televisivi di un grande sport costano, bisogna farli fruttare. Bisogna rientrare delle spese e magari guadagnarci pure. In quell’ambiente, è una rivoluzione totale. Bisogna soltanto chiedersi se quegli uomini e quegli apparati sono davvero in grado di adeguarsi. A saperlo.
In ogni caso, benarrivato Cairo. Con la forza di un ciclone, sta smuovendo la palude. Il Giro torna al centro di tanti interessi e hai visto mai che davvero possa tornare anche un appuntamento prestigioso, ricercato, appetitoso, redditizio, mondano e popolare al tempo stesso. Al momento, la Rai sta impiegando l’arma di sempre, per niente nuova, per niente letale: la quantità. Il Paese è allagato di Giro d’Italia, a tutte le ore, in tutti i modi, in tutte le salse. La solita strategia: per imporre un avvenimento, bisogna infliggerlo in dosi da cavallo. Alla fine, qualcosa resta. Dicono.
Èuna tecnica rispettabile. Purtroppo, in casa Rai è anche l’unica possibile. Se aspettiamo che il servizio pubblico s’imponga con idee, novità, originalità, si muore tutti di vecchiaia. Alle Olimpiadi, ai Mondiali di calcio, ai Giochi invernali, sempre lo stesso schema: legioni di inviati, dirette maratona, servizi come se piovese. Però con un’impronta inconfondibile, che nessuno mai riuscirà a cancellare, neanche a mascherare: il vecchiume, la banalità, lo scontato. Un mesto marchio di fabbrica. Lo dico senza acrimonia: una trasmissione su Sky e su La7, di qualunque genere, la riconoscerei anche senza logo e senza audio. Per l’aria che tira, per gli studi, per le grafiche. Per le facce. All’opposto, non sbaglierei mai a individuare quelle targate Rai (margine di errore 0,000001): sembrano tutte fatte nel 1963. Non posso spiegare perché e percome. Non sono un esperto. Parlo esclusivamente come un italiano che guarda: da una parte freschezza e energia, dall’altra stanchezza e polvere. Corre la stessa differenza che c’è tra un liceo e un museo. In mezzo ci sta Mediaset, che anni fa era dalla parte rock, ma ultimamente si sta lentamente raizzando.
Èun vecchio discorso: da utente e da piccolo proprietario Rai mi piacerebbe qualche ora in meno e qualche novità in più. Meno quantità e più qualità: uno slogan vecchio come il cucco, ma mai passato in Rai. Chi timidamente ci ha provato, l’hanno buttato giù dalle scale. Qualità? Ma come si permette, ma cosa si mette in testa: fuori di qui, vergogna. Non so se Cairo riuscirà a spalancare le finestre e a soffiare in quegli uffici l’aria fresca di un’editoria moderna. È una missione ai limiti dell’umano: quando si chiede qualche miglioramento, lì vanno in automatico, mandano due inviati, due cameramen e due furgoni in più. Si chiedono solo quanti ce ne mando. Mai chi mando. Il motto aziendale è facciamo tanto. Spero che Cairo, almeno sul Giro, in questi due anni riesca a imporre la vera riforma Rai: facciamo meglio.
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