E adesso sono proprio curioso di vedere che cosa ci inventeremo per mettere in fuga al più presto anche la Segafredo. Noialtri del ciclismo abbiamo un talento straordinario, in questo genere di imprese: fatichiamo come bestie ad attrarre sostenitori ricchi e appassionati, meglio, appassionati e ricchi, ma poi ci mettiamo subito all’opera per mortificarli e farli pentire. Quanta gente disincantata e delusa, anche se assolutamente integra nella passione, ho conosciuto in questi anni. Non è certo il caso di aprire il libro delle singole cause, ci si capisce al volo, ma resta il fatto che lo sterminio di amici, sostenitori e simpatizzanti si è rivelato spietato. Adesso, per favore, sarebbe il momento di voltare pagina. Se possibile.
Con gli sponsor il ciclismo ha sempre ciondolato tra grande amore e grande tradimento. Il grande amore nasce dal fatto che come sport non ha praticamente incassi, dunque per forza o per amore deve contare sull’appoggio di qualche volonteroso. Non è un caso che la sponsorizzazione sportiva moderna nasca proprio con il ciclismo. Siamo sempre avanti, nonostante questa sia la disciplina della storia e della tradizione. Assieme all’amore interessato, ecco però nascere subito anche il pudore schizzinoso di chi forse accusa un inspiegabile senso di colpa: nascono le battaglie per mascherare, attenuare, nascondere la presenza dello sponsor, quando non nascono addirittura le crociate (fintamente) idealiste contro la cosiddetta “invadenza” dello sponsor. Non ne parliamo quando nasce la tv commerciale: la deriva pubblicitaria viene vista come l’acido negli occhi, oddio quante inquadrature marchettare, oddio quante interruzioni con questi maledetti spot, oddio quanta vergogna per i sani valori dello sport.
Una meraviglia: uno sport che vanta al suo attivo ogni genere di bieca mercificazione (non si contano corse e corridori comprati e venduti), uno sport che vende persino l’anima al doping, sulla questione pubblicitaria improvvisamente scopre il purismo delle anime belle. Lasciamo perdere. Per fortuna, da un po’ di anni - complice la salutare lezione della crisi - non si incontra più in giro un solo schizzinoso: lo sponsor viene visto come una specie di messia che da solo possa risistemare le disastrate faccende sociali. Peccato che nel frattempo, per tradimenti chimici e per trattamenti cafoni, ne abbiamo persi per strada tantissimi. E pure bellissimi.
Benvenuto allora mille volte al caffè Segafredo, che nonostante tutto è riuscito a far prevalere l’indubbio appeal di uno sport intramontabile, lasciandosi conquistare da questo strano incantesimo che riversa sulle strade milioni di persone, chi guardando, chi pedalando, chi guardando e pedalando. Assieme ai Lampre e agli Androni, ai Mediolanum e agli Astoria, la buona tazzina arriva a ingrossare il pacchetto degli sponsor italiani non tecnici, impegnati nelle forme e nei modi più diversi, ma comunque tutti ugualmente interessati alle emozioni almeno quanto al business. Teniamoceli stretti. Dobbiamo coccolarli, se serve. Ovviamente nei limiti dei rispettivi ruoli. Però andiamoci piano con la poesia: in tutti gli sport, bene o male, comanda il padrone. Basta chiedere ad Allegri e a Mihailovic chi comanda a Torino e a Milano. In fondo, il ciclismo è uno dei pochi sport dove il vero padrone - lo sponsor - non comanda nulla, o comunque molto meno di quanto gli spetterebbe. Il vero problema è tornare ad attirarne tanti, con la ripresina di questa congiuntura. Dopo Segafredo, altri sono attesi a braccia aperte. Con il sogno nemmeno tanto nascosto che il grande made in Italy dei costruttori e del personale tecnico torni finalmente a promuovere l’Italia e i suoi prodotti, cancellando quanto prima questa sinistra piega che ci vede colonizzati e deportati come i negri delle tratte. Sarò molto curioso, nei prossimi mesi: dobbiamo tutti capire se stavolta facciamo prima ad attirare nuove aziende o a mettere in fuga anche la prima arrivata.
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