Rapporti&Relazioni
Prontuario per l'esstate

di Gian Paolo Ormezzano

Esiste un prontuario delle vacanze, un lessico dell’estate (come esistono certi manuali di conversazione per chi va in un paese straniero) per chi si trova a do­ver parlare di ciclismo con la gente, per esempio sulla spiaggia, in un sentiero montano, su una panchina in riva ad un la­go, o anche in splendida semisolitudine nella città semivuota? Esiste, per fortuna esiste an­cora. Esiste specialmente per il giornalista che ha seguito tanto ciclismo e per la gente che, avendo seguito un poco questo giornalista, gli fa do­mande. Più o meno quelle che seguono, con le risposte si capisce.
Vero che il ciclismo decade co­me pratica perché richiede fatiche disumane?
«Falso e anzi falsissimo. Se le fatiche fossero disumane gli esseri umani avrebbero smesso da tempo di farle. La scienza dice che nei muscoli le tossine di qualsiasi fatica si lavano, si eliminano dopo quarantotto ore, casomai poi il problema di­venta di testa: per questo i maratoneti corrono alla grande poche maratone in un anno, e i ciclisti patiscono anche soltanto l’idea di Giro più Tour. Di­cia­mo che la fatica nel ciclismo è acre, ferina. Se vogliamo, volgare».
Ma allora perché la decadenza del ciclismo, nel mondo che predica il benessere?
«Altra bufala. L’estate scorsa sembrò freddissima ai mediterranei che seguono la meteorologia dal balcone di casa loro. In realtà nell’insieme del pianeta fu una delle più calde da che mondo è mondo. Il ciclismo sembra in crisi a noi del villaggio italo-franco-belga che una volta era quasi il tutto geografico di questo sport. Il ciclismo nel mondo non è mai stato fiorente come adesso. Si è spalmato in tutti i cinque continenti, avviandosi alla grande la conquista di Asia e Afri­ca. Si gareggia sempre e dappertutto, seguendo d’inverno il sole dell’emisfero meridionale. Si corre per dodici mesi all’anno. Si ride della mania antica di allenamenti in Riviera. Ca­so­mai si disputano corse leggere in Sudafrica, in Australia, in Brasile».
Ma come si è potuta realizzare questa nuova geografia?
«La temuta fine del petrolio e la spinta ecologica hanno dato alla bicicletta dignità di mezzo di locomozione in tutti i paesi del mondo. Nei posti del be­nes­sere in chiave di fitness, ne­gli altri in chiave comunque di progresso, Ma non esiste un per­ché assoluto, tranciante. Spesso certe cose accadono perché decidiamo di accorgerci che stanno accadendo…».
Qual è la razza che si è fatta ultimamente più largo nel ci­clismo?
«Quella umana, però delle don­ne. Le donne pedalano an­che agonisticamente sempre di più. Secondo me, e so di essere in buona compagnia, presto due grossi sport dovranno ringraziare le donne per la loro attiva e forte partecipazione. Il ciclismo, appunto, e il calcio».
Come mai il ciclismo è in crisi in Europa?
«Ma chi ha deciso che è in cri­si? In Belgio ha basi solidissime, in Francia il Tour è amato ogni anno di più anche se or­mai sono trent’anni che i francesi non lo vincono. La Spagna va forte, la Gran Bretagna vin­ce il Tour e si pappa il record dell’ora, la Germania sforna velocisti sommi, l’Est europeo presenta talenti in serie. L’Ita­lia è davvero il solo posto in cui c’è crisi di interesse, di partecipazione, non ancora di pubblico visto che i tapponi del Giro fanno sempre il pie­no. Ma si sa che noi italiani sia­mo i più furbi, i più intelligenti, i più bravi a capire il vento…».
Cosa ha da proporre l’Italia al ciclismo mondiale?
«Se stessa, le sue belle biciclette, anche le sue folle, passionali ma sportive sempre. Il contrario di quelle calcistiche, tan­to per capirci al volo. Ma ha pure una novità diciamo etnica: i suoi corridori attualmente più forti sono un siciliano e un sardo. Se non è clamoroso… Ma in Italia ci si occupa dalle taroccate origini italiane dei calciatori sudamericani, non della novità dei nostri campioni isolani».
Il ciclismo è in crisi di sponsorizzazioni?
«Soltanto in Italia. In nazioni anche molto ricche ha sponsor ricchissimi, sin troppo se si pen­sa agli eccessi di certe economie petrolifere arrivate nel mondo della bici per vincere tutto subito. Da noi lo sponsor è poco più che un bottegaio ap­passionato. Anche in questo ci distinguiamo, ci facciamo ri­conoscere».
Colpa del giornalisti?
«È sempre colpa dei giornalisti, si dice, ma per l’Italia è in parte vero. Un giovane italiota di oggi pensa al giornalismo come ad un pulpito da cui predicare calcio, il suo calcio. Io sono nato in un giornalismo in cui pur di andare al Giro si uc­cidevano moglie e figli, in mo­do di potersi dedicare in pieno alla corsa. Adesso nelle redazioni si fatica a trovare qualcuno che voglia fare lo zingaro, sia pure di lusso, per un mesetto di Giro».
Sono tutte cose chiare e forti: ma sono state scritte?
«Tante volte, ma in Italia nessuno legge niente. Anche se si pubblicano mediamente 167 (centosessantasette) libri al giorno per tutti i giorni dell’anno».
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