Scripta manent
Il Giro al Sud e quel medico in bicicletta

di Gian Paolo Porreca

Quando penso al Giro che va via, penso sem­pre al Giro che verrà. E come a un Capo­dan­no, senza scaramanzia. Quando penso al Giro che va via, certo, dall’angolo di mondo che abitiamo - anche metaforicamente, anche idealmente, certo, non solo geografico -, ci ripetiamo fi­no alla noia le emozioni che ab­biamo provato casa no­stra. Quella musicale “Casa mia”, diritto d’autore alla Equi­pe 84 - che è la Cam­pania.
E San Giorgio del Sannio, più il traguardo che la partenza, emotivamente, ma Be­nevento ha parimenti meritato, è stato un sogno rosa. E credeteci, noi del “sogno”, come termine su pagina abusiamo poco, da frequentatori maturi del ciclismo.
(Ogni tappa, non sarà mai, come per chi titola di calcio ad un derby o a un qualsiasi incontro di Europa League, la “partita della vita”...,che vita modesta, boys, ci verrebbe da chiosare). San Giorgio del Sannio, davvero, nel se­gno di Paolo Serino che lo ha disegnato, è stato un arrivo del cuore. In leggera salita, come ogni batticuore che si rispetti.
E da San Giorgio del Sannio, ci viene dunque da pensare al Gi­ro che verrà, l’anno prossimo, in Campania, eponimo del Sud. E se verrà, e dove verrà, ancor più. Di cuore noi scriviamo, senza il ritmo obbligato di un pacemaker, con le sue sincopi naturali, e non di istituzioni deputate. E certo, senza inciso, ci ha tur­bato cogliere ancora, dal­le dichiarazioni e dagli spunti degli addetti ai lavori dell’Organizzazione, quanta inadempienza contrattuale avrebbe caratterizzato le ul­time sortite del Giro in Campania. Si è parlato, se ab­biamo bene inteso, di mancato rispetto dei doveri da parte di Napoli, di Ischia, quantomeno. E se l’assioma morale è categorico - “chi non onora il contratto del passato non può richiederne uno per il futuro” -, ci farebbe piacere che tanta scorrettezza amministrativa fosse denunciata pubblicamente. Coram populo, come si diceva una volta. Perché la gen­te, chi sta dall’altra parte del format o del video, deve sa­pere. Che i debiti, e qui non si tratta di debiti di gioco, vanno pagati. Da chi sui con­tribuenti come noi trae moneta, in fondo. Nel 2015, e non oltre.

Ma se il prezzo del cuore è l’unico che ci appartiene, noi che paradisi segreti non ne abbiamo, non ci costa niente proporre a Mauro Vegni e agli amici della RCS una se­de di tappa per il Giro che verrà. Chiediamo loro di chiamare a sè una cittadina dell’Alto Casertano, che è Roccamonfina. Perduta, o ri­trovata, nei castagni, in me­dia collina, sotto il Vulcano che ne porta il nome. Pano­rama mozzafiato. Glielo chie­diamo per una ragione di ciclismo morale, remoto, romantico.

Èscomparso, lì, prima del Giro, una gran bel­la figura di medico di paese, ad oltre 90 anni, Andrea Maccarone. Reduce dai campi si sterminio di Dachau, un medico, il dottore Andrea, che per 50 anni ed oltre di una comunità in­tera sarebbe stato non solo il Medico, ma una sorta di gentile Sacerdote, un Nume tu­telare. Bene, il dottore Mac­carone fu fino all’ultimo il testimone di una vita in bicicletta. “Le visite preferisco ancora andarle a fare in bicicletta”. Quando non esistevano le auto, e quando poi le auto sarebbero arrivate. “Con la bicicletta, credimi, si arriva più vicino al ma­lato”.

Già, perché la bicicletta fa arrivare - al Sud forse di più, o meglio a quel Sud dai doveri onorati prima ancora dei diritti, e non contrabbandati, che pre­feriamo noi - ancora più vicini a Dio. Anche se non ob­bligatoriamente ad un ar­rivo del Giro.

Gian Paolo Porreca,
napoletano,
docente universitario
di chirurgia cardio-vascolare,
editorialista de “Il Mattino”
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