Rapporti&Relazioni
La realtà dei giornalisti

di Gian Paolo Ormezzano

L’altro giorno ho sbattuto contro, facendomi male al cuore e alla testa (e ben mi sta), ad un appassionato ci­­clofilo, un degnissimo signore di una certa età, capace di scrivere e parlare in un buon italiano, bene sistemato nella cosiddetta vita so­ciale e buon cultore di interessi as­sortiti legati anche al mondo della bicicletta, il quale mi ha chiesto di ricordargli con precisione la vicenda di Fausto Coppi e della Dama Bianca. Stupito assai gli ho detto che ne parlava, neanche troppi an­ni fa, tutta Italia, e che le attualizzazioni della vicenda erano continue, costanti. Mi ha fatto generosamente capire che quell’Italia non era la sua, che lui amava ed ama il ciclismo ma non si è mai preoccupato di sapere della vita privata dei suoi idoli, e quando gli ho detto che Marina figlia di Fausto e Bru­na e Faustino figlio di Fausto e Giu­lia si incontrano in tanti posti ciclofili d’Italia oltre che nel posto dove vivono, pochi essendo i chilometri che separano le loro abitazioni, e insieme parlano della vita loro e dei loro figli, mi ha ringraziato il giusto per l’informazione e mi è parso quasi commosso. E io lì come un babbeo, con tutte le me nozioni e i miei stupori.

Cosa voglio dire con questo? Che noi giornalisti crediamo di sapere tutto, nell’essenza e nei dettagli, anche e specialmente di ciò che la gente pensa, magari proprio perché le dia­mo materia prima su cui pensare, e poi sbagliamo ottica e prospettive. Il fluire ormai imponente delle informazioni (vere e false) ha creato stratificazioni immani di tempi e nel tempo, anche quando “sembra ieri”. Fatico a parlare di ciclismo con giovani che non san­no che è esistito un certo Merckx il quale vinceva anzichenò. Sanno, questi stessi giovani, che è esistito un Coppi, anzi un Coppiebartali, strano cognome, perché in casa i loro vecchi ne parlano, ne parlavano, ma non è mai stato chiaro cosa i due facessero oltre che pedalare, cosa fossero oltre che pedalatori. Mi vergogno quando, a passeggio per la mia e sua Torino con Livio Berruti, amico fraterno da mezzo secolo e passa, trovo gente che mi parla dell’ultimo articoluccio da niente che ho scritto e che ha letto, mentre io devo presentarle quello che ha compiuto forse la più grande impresa dello sport italiano di sempre e mi accorgo che fanno se­gno di sì con la testa, tanto per compiacermi, ma non rintracciano assolutamente, in qualche parte del­la loro testa, chi questo signore sia.

Noi giornalisti tendiamo a pensare che la vicenda di cui ci occupiamo sia la più importante del mondo, e questo professionalmente è magari buona cosa, profuma di serietà e di stimolo. Nello sport poi è persino più facile costruirsi universi importanti, specie di immani stanze molto nostre dentro le quali i tifosi possono soltanto spingere i loro sguardi, invidiandoci il contatto con i campioni (non c’è più, questo contatto, tutto è web è chat è twitt è blog è facebook, ma i tifosi non vo­gliono accorgersene) ed anche l’approccio a segrete cose (per il cosiddetto scoop, che di regola è finto o umiliante per tutti). Mi ren­do conto che sto dando una ri­levanza eccessiva alla vicenda di quel signore che si permetteva di non sapere tutto o almeno molto sulla Dama Bianca, e magari risulto un po’ confuso nell’esposizione di tesi e deduzioni, ma insomma voglio dare l’idea - e forse ci riesco - della distonia che c’è fra quello che noi crediamo sia un mondo reale, solo perché è molto nostro, e la realtà effettiva. Niente di più, ma anche niente di meno.

Che poi ci si muove spesso su tracce sbagliate, se­guen­do rotaie che ci fan­no de­viare e manco ce ne accorgiamo. Non dimenticherò mai quella sera che, nel corso di una premiazione importante, mi si avvicinò uno dei premiati, un cabarettista bravo as­sai, Mario Zucca, mi prese da par­te e mi chiese quanti avevano protestato per il mio clamoroso errore di un mese prima, quando sulla prima pagina di un grande giornale politico, parlando di fiction televisive sullo sport, avevo per mero errore scritto che Faustino era fi­glio di Fausto e Bruna, che Marina era figlia di Fausto e Giulia.

Errore gravissimo il mio, evidenziato poi dalla collocazione forte dell’articolo. Ma al giornale non se ne era accorto nessuno, men che mai il redattore che aveva “passato” il pezzo, nessun lettore aveva scritto per precisare e criticarmi, e finì che mi autodenunciai al direttore, più che altro per partecipargli la mia “scoperta”: che quello che sapevamo, che davamo comunque per scontato, che trattavamo con di­sin­voltura eccessiva sino ad arrivare appunto all’errore clamoroso (perché comunque lo sbaglio ri­guardava una “cosa” di tutti, il serpente di mare galleggiava in spazi vastissimi), in realtà poteva uscire in prima pagina nella versione sbagliata e nessuno se ne accorgeva. Naturalmente scartai l’opzione ma­sochistica, quella che mi avrebbe portato a dire che nessuno se ne era accorto perché nessuno mi aveva letto: ma stava dalla mia l’amico cabarettista, quanto meno un lettore lo avevo.

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