C’è un intervento almeno, fra gli innumerevoli esternati sul “caso Armstrong” e sulla sua confessione - confidenza televisiva con Oprah Winfrey, che merita di essere conservato e recitato a memoria, per molto tempo purtroppo, per quanti si interessano ancora di ciclismo, o dedichino ad esso senza motivi di lucro la propria passione.
Parliamo della dichiarazione stentorea di Rodrigo Beenkens, il telecronista della RTUB, che segue il Tour e le classiche da oltre venti anni fa, che ai suoi ascoltatori e spettatori ha voluto chiedere pubblicamente scusa per aver offerto per anni, senza sufficiente verifica, a posteriori almeno, un programma falso in partenza. Come quello dei 7 Tour di Lance, appunto.
Beenkens, con un confiteor che avremmo voluto con tanto piacere veder sottoscritto da telecronisti nazionali nel passato, e che gli rende onore come uomo, non solo uomo di sport, innanzitutto, ha precisato che come unica scusante può addurre a difesa la buona fede. Deo gratias. Anzi, chapeau.
Ma, acclarato questo, in un contesto di parole al vento personale in cui la Navratilova censura l’ego sfrenato di Lance, hai visto mai, e il gentile Savoldelli gli attribuisce, con l’input certo del suo modesto sogno bergamasco, il delirio di grandezza di un planetario sogno “amerikano”, francamente fa specie che di doping torni a parlare, in parallelo alla vicenda di Armstrong e sul suo abbrivio, l’olandese Danny Nelissen.
Danny Nelissen, per chi non lo ricordi, è un ex-ciclista olandese, anch’egli oggi intruppato in un network sportivo, manager di Eurosport - ma, a proposito, si fanno i concorsi di merito per essere assunti nelle reti televisive, o vi si arriva solo per “chiaro” merito ? -, che a metà degli anni ’90 fu protagonista di un caso senza eguali.
Dopo essere stato infatti professionista, dal ’90 al ’94 nelle celeberrime, per riconosciute virtù etiche, PDM e TVM, Nelissen dovette sospendere l’attività sportiva per un problema cardiaco che non gli consentì più l’idoneità agonistica. Eppure, riqualificatosi dilettante, Danny Nelissen, classe ’70, fu in grado di andare a conquistare nel ’95, a Duitama il titolo mondiale dei “puri»... L’ultimo della storia fra l’altro, dal momento che l’anno successivo l’UCI ne avrebbe sancito la conversione a corsa riservata ai soli under 23.
Lo stesso Nelissen, con l’imprimatur della maglia iridata, l’anno dopo riuscì però a passare nuovamente professionista, nella Rabobank di Jan Raas, prima per un biennio, e poi nel ’98 con il Team Home - Jack&Jones, nucleo fondatore della CSC. Prima di essere definitivamente allontanato dal ciclismo praticato, a causa della comparsa di una nuova - o alla recidiva di quella pregressa -, patologia cardiaca.
Bene, che oggi Nelissen torni a ribadire di aver praticato doping per i modi rituali in uso (a suo dire) nella Rabobank, al suo rientro nel professionismo, lui, con una cardiopatia nella storia clinica che già gli aveva imposto lo stop per motivi di salute, è di una totale, disarmante incoscienza.
D’accordo, avranno a disposizione medici sociali di una caratura farmacologica da Cagliostro, si chiamino il Sanders della PDM o il Leinders della Rabobank, ma suvvia un minimo di dignità e di riguardo per se stessi, per i propri cari al limite, se non di prudenza, ci vorrebbe, in questo ciclismo. Ma quanti cuori di scorta pensava di avere Nelissen, sulle cadenze del doping di squadra, a carichi di Epo, sottolineate ?
O forse, chissà, per un colpevole difetto di memoria, non ricordava come fossero tragicamente finiti i suoi connazionali Bas Hordjik, Johannes Draajier e Bert Oosterbosch. Appena qualche anno prima. Ma ci rendiamo conto ?
Senza parole, in italiano. Perché in olandese, o in una lingua internazionale che il Ciclista purtroppo continua a non saper leggere, non sappiamo scriverlo.
Gian Paolo Porreca,
napoletano,
docente universitario
di chirurgia cardio-vascolare,
editorialista de “Il Mattino”
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