Scripta manent
Napoli, il tricolore e la maglia nera

di Gian Paolo Porreca

L’anno prossimo, di maggio, il Giro inizierà dunque da Napoli. Cinquant’anni dopo la prima, ed unica, volta che la grande corsa a tappe abbia nella sua storia scelto Na­poli, come sede della partenza.
Ci ragioniamo da tempo, lo sappiamo per certo da qualche ora, dopo tante anticipazioni unilaterali e di promozione municipale, ma il pensiero di questo evento, al di là della curiosità giornalistica, che sia il primo sabato, o il secondo, del maggio dell’anno prossimo, in questi giorni ci colpisce per una specifica particolarità.

Si è appena conclusa, infatti, la Settimana Tricolore in Valsu­ga­na, ed è ancora pertinente il dibattito relativo alla liceità della presenza in corsa di Pellizotti, poi brillante campione tricolore, Di Luca e Rebellin, tutti e tre in passato sanzionati - sia pur diversamente - per fatti di doping, in quella manifestazione che offre il diritto di guadagnare ufficialmente la maglia tricolore. Un titolo di campione di Italia, da indossare e portare in giro, per il mondo. Da onorare, in chiave tecnica ed etica.
Nessuna polemica, massima serenità, ma resta un fondo di meditazione. Un appassionato autorevole come Gior­gio Squinzi, con il suo fervore, e un presidente federale come Renato Di Rocco, con la sua diplomazia, restano plausibili compagni di viaggio, per un ciclismo italiano che si affida per i suoi allori a quelli che (a volte) ritornano e va ricercando di contro nuova credibilità. Auspi­can­do un ricambio generazionale che appare incompiuto, ed una fioritura di talenti, al di là Diego Ulissi, Moreno Moser e Fabio Aru, che non ci porti ad invidiare tuttora la nouvelle vague della Francia stessa...

Ed il Giro che parte nuovamente da Napo­li, ci riporta, a proposito, nella chiave di un am­monimento di singolare affinità, quello che a Napoli appunto accadde, nel lontano 1963. Quando, alla partenza da Piazza Municipio, si presentarono due atleti con la maglia tricolore di cam­pione d’Italia, il toscano Bruno Mealli ed il veneto Marino Fontana. Il primo, riconosciuto dall’UVI e dal Coni, il secondo invece dalla Lega Professionisti...
Furono giorni di una polemica rovente, quelli, ed il Giro sfiorò davvero il naufragio. Con l’UVI che censurava l’inammissibilità di una situazione paradossale e voleva fermare la corsa, Van Looy e i suoi alfieri della GBC che si ritirarono per timore di squalifiche internazionali e i giudici di gara che abbandonarono la gara dopo la prima tappa, la Napoli-Potenza: salvo un omino coraggioso, il giudice di arrivo Dante Garioni, che ne assicurò in pectore una sorta di garanzia morale.

Quel Giro continuò a stento, nella prima settimana, fino all’accordo notturno tra Federa­zio­ne e Lega, a Viterbo. Con il Coni che ratificò il titolo di Mealli, annullò il tricolore di Fontana, ma garantì per il futuro una riforma di statuto per rendere autonomo il settore professionistico. Fu una decisione che lasciò delusi, ovviamente, i dirigenti della San Pellegrino, la squadra di Fontana, che decise di ritirare la sponsorizzazione, pur lasciando liberi i suoi atleti di continuare a correre il loro Giro. Con il sostegno logistico-economico di Tor­riani e della Organiz­za­zione e la dizione “Squadra n. 11 Sport”, indossando tutti come divisa sociale una ma­glia nera. (E uno di loro, Giorgio Zancanaro, sarebbe addirittura arrivato terzo, in classifica generale, dopo Bal­mamion ed Adorni).

Nessun finale “non-fi­nale”... Nessuna mo­rale stucchevole alla De Amicis. Nessun apologo classico alla Esopo. No.
Solo la speranza sincera, con Squinzi e Di Rocco idealmente su uno stesso podio, che nessuna maglia tricolore, dopo Napoli 1963 ed in vista di Napoli 2013, debba mai più essere cancellata. O so­sti­tuita, peggio, a tavolino da una maglia nera.

Gian Paolo Porreca,
napoletano,
docente universitario
di chirurgia cardio-vascolare,
editorialista de “Il Mattino”
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